Gentile Direttore,

Le scrivo da un viaggio di lavoro che mi conduce attraverso il Bourbonnais, la Bourgogne fino alla Lorena. È un percorso fatto di strade veloci e soste brevi, ma accompagnato da un paesaggio che invita con dolcezza alla riflessione: campi aperti, greggi di pecore al pascolo e poi distese ordinate di vigneti, che raccontano una cura antica e paziente.

Luoghi di lavoro, fede, bellezza

I nomi con i disegni dei luoghi caratteristici scorrono sui pannelli autostradali — Cluny, Vézelay, Paray-le-Monial, Metz — e mi colpiscono per il legame profondo tra lavoro umano, fede e bellezza artistica. Ad esempio, l’amore per la vite e per il vino dei monaci, un sapere misterioso che è stato tramandato e vive oggi nelle numerose aziende agricole del posto, è insieme coltivazione, spiritualità e vita comunitaria. Pensando a questi luoghi, capisco meglio le parole di Giovanni Paolo II sulla “lunga amicizia della Chiesa con l’arte” (Lettera agli artisti, 4 aprile 1999), che qui appare concreta e visibile. L’arte duratura nasce da un’abbondanza della vita e la Chiesa, se è vita, crea arte. L’arte fa riposare il cuore, perché anche le pietre parlano. Vale per questo il commento di un mio amico che in video chiamata, mentre sta lavorando, dice commosso: “Che bello!”

I fiumi, le abbazie

Queste terre, attraversate da fiumi come la Loira, la Mosa, la Mosella e il Reno, portano i nomi di molte abbazie, benedettine, cluniacensi e cistercensi, che instancabilmente hanno riformato la Chiesa del passato. Uomini che, vivendo la fraternità, hanno cercato Dio lavorando e accogliendo altri, anche in terre segnate da guerre secolari tra Francia e Germania. Si può vivere l’esperienza della bellezza anche se è in corso una guerra infinita.

Guerre, dicevo, anche guerre intestine, eppure i cristiani hanno conosciuto l’esperienza di non conformarsi, senza scandalo, come avvenne nelle grandi esperienze cluniacense e cistercense. La storia di queste riforme e di queste comunità mi ricorda le parole di San Paolo ai Filippesi:
«Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù» (Filippesi 3,12‑14). Che bella corsa!

Essa parla di fatica e perseveranza: le cadute, il sonno, la stanchezza, le difficoltà quotidiane non annullano la vita, ma la rendono reale e umana. Anche i monaci e i pellegrini di queste terre hanno conosciuto simili fatiche; e forse è proprio questa continuità di sforzo e cura che rende duratura la bellezza delle loro opere.

E proprio mentre percorro queste strade oggi, mi sento come l’eunuco etiope narrato negli Atti degli Apostoli: in cammino, curioso, desideroso di comprendere. Non solo; non so perché, ma mi tornano in mente i pellegrini russi del Medioevo, gli strannik, che attraversavano villaggi e campagne, condividendo la vita dei più poveri.” Essi portano Dio con sé e diventano compagni di strada di altri: amici di chi cerca e si lascia interrogare.

In viaggio, per cercare cosa?

Oggi si viaggia soprattutto per turismo. Ma cosa cerchiamo veramente? Pietre, certo — eppure pietre che parlano. Viene alla mente quella parola evangelica di Gesù (Lc 19,40): «Io vi dico: se questi taceranno, le pietre grideranno.»

E queste pietre raccontano di ospitalità, di fraternità, di pellegrini accolti e rifocillati, di una bellezza che nasce dalla gratitudine. Forse è ciò che intuì Andrej Rublëv: per parlare del mistero non basta un’idea; occorre un’esperienza — come Abramo seduto a tavola con tre stranieri, capace di ascoltare il dialogo e percepire la comunione.

In fondo, l’uomo continua a camminare e a cercare la verità: come l’eunuco, ogni uomo porta con sé la ferita; e il pellegrino russo, come l’apostolo Filippo negli Atti, portando Dio, è il suo amico lungo la strada. Dalla fraternità tra i due nasce l’esperienza di bellezza duratura.


(Nella foto la basilica romanica del Sacro Cuore di Paray Lemonial in Francia)

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