Di Teresa Scacciante
Che l’educazione sia oggi più che mai una questione emergenziale appare evidente agli insegnanti che ogni giorno varcano le soglie delle aule. Dal mio osservatorio di un istituto tecnico noto che tanti alunni sono spesso passivi, appesantiti dalla routine scolastica. Ma perché? Perché arrivano il primo anno di scuola superiore curiosi, speranzosi e ambiziosi per il loro futuro, e poi man mano si “spengono”, annoiati dalla prassi scolastica? Constato che gli elementi che pesano in loro sono la mancanza di un orizzonte di senso, dentro la fatica dello studio, e la sensazione di non trovarsi nel luogo giusto: per alcuni si tratta di aver sbagliato indirizzo, per altri della delusione di un fascino che si era presentito e nelle aule non si ritrova più, o ancora per un vissuto personale complesso che li “costringe” a pensare ad altro.
Alla maggior parte dei ragazzi che vivono tra i 15 e i 19 anni sembra che la scuola non sia il luogo migliore per loro: se potessero, farebbero altro. Un mio alunno scriveva recentemente che il tempo sprecato è un vero ‘inferno’, così come il non sentirsi veramente libero di perseguire i propri interessi, o ancora la solitudine che si vive anche tra i banchi.
Perché andare a lezione?
A tal punto è grave che non ci sia un legame facile da cogliere tra la vita e le discipline, che la passività tende a trasformarsi in svogliatezza o addirittura scontrosità, indisponibilità a rimanere attenti, partecipi alle lezioni, tante volte nemmeno diritti sulle sedie. Tutto ciò fa riemergere ancora di più, in molti, la questione di fondo, che magari poi si preferisce mettere a tacere con mille stratagemmi: “perché ogni giorno è necessaria la fatica di andare a scuola, ascoltare i proff, studiare, comportarsi bene, se non mi sento coinvolto né rappresentato dai voti che ogni giorno vanno su e giù sul registro online?”
Di fronte a questo stato dei fatti, contano quasi zero i discorsi astratti degli adulti sulla competitività della società, l’importanza del diploma, la complessità del mondo… non riescono a mobilitare l’energia di fronte ai libri da studiare, all’attenzione in classe, alle interrogazioni, se non per saltuari impeti di volontà.
Gli insegnanti lasciano un segno?
Sembra che l’insegnante difficilmente riesca a compiere ciò che etimologicamente è iscritto nel suo ruolo: in-segnare, lasciare un segno significativo. Da docente sperimento che a volte è quasi eroico stare di fronte a ragazzi che non trovano la motivazione adeguata per affrontare ogni giorno il tran tran scolastico: quando provo a entrare nei loro panni, intuisco il disorientamento portato da tanti contesti e tante fragilità, ma nello stesso tempo so che lo studio può rappresentare per ciascuno un’opportunità per conoscersi “in azione”, per mettersi alla prova e diventare consapevoli di sé stessi, delle proprie idee, delle proprie capacità.
Una strada per non gettare la spugna
Per questo una strada per non gettare la spugna di fronte allo smarrimento generale rimane: entrare in aula senza perdere la mia umanità, senza rinunciare ad osservare, ascoltare, rendersi conto di chi ho davanti e ‘osare’ proporre il percorso di conoscenza che ha sempre appassionato me e che, in una forma sicuramente nuova e inedita, di riflesso può suscitare un nuovo interesse. Come diceva papa Francesco nel 2014, “i ragazzi hanno ‘fiuto’, sono attratti da quei professori che hanno un pensiero aperto, ‘incompiuto’, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti”. Solo insegnanti così rappresentano una luce e una compagnia nel percorso, spesso solitario, dei propri alunni.
L’insegnamento di certo è un’attività ‘artigianale’, e le sue caratteristiche sono più simili a quelle del contadino che a quelle dell’industria 4.0 o dell’intelligenza artificiale, anche se tanti, nel mondo scolastico, vogliono farci credere il contrario – come attestano svariate richieste di risultati misurabili in termini di competenze, skills, orientamento… che rappresentano, a mio avviso, strettoie da attraversare nella complessità odierna, ma con un po’ di distacco ironico, perché consapevoli che non sono il fulcro dell’insegnamento.
Leggi gli altri articoli del dibattito:
- Emergenza scuola: il dibattito/1, Non è questione di controlli e punizioni ma di adulti che educhino (di Tiziana Palmieri)
- Il dibattito/2: Davanti al disagio che vivono i giovani, viene da chiedersi dove siamo noi adulti (di Daniele Gulinello)