La CDAL di Catania punta sulla consapevolezza politica dei catanesi cattolici e apre la via al discernimento sul prossimo referendum sulla giustizia con una conferenza.
A quanti di noi in questi ultimi cinque anni è venuto in mente di voler cambiare la legge sulla giustizia italiana? Quanti cittadini hanno pensato che sarebbe opportuno riformare il nostro sistema di giustizia? Eppure il referendum abrogativo degli articoli costituzionali che regolamentano la giustizia in Italia è ormai in arrivo. Il 22 e 23 marzo saremo chiamati alle urne per decidere. Ma decidere cosa esattamente? Che cosa cambierà realmente se vince il si e quali sono le problematiche che questa riforma mira a risolvere?
Partiamo dal testo del quesito: “«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare“?».
La CDAL (Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali) catanese ha chiesto ad un gruppo di esperti magistrati e docenti universitari di rispondere a queste domande in una conferenza che si è svolta presso il seminario interdiocesano Regina Apostulorum della città. Il dibattito è stato moderato dal prof. Agatino Cariola – docente ordinario di diritto costituzionale dell’università di Catania e presidente dell’unione giuristi cattolici italiani sezione di Catania. Dopo aver esposto l’attuale ordinamento della giustizia italiana e la proposta di cambiamento contenuta nel testo referendario, il moderatore ha passato la parola a quattro esperti giuristi siciliani che hanno espresso le ragioni del sì e quelle del no: la prof.ssa Adriana Ciancio (docente ordinaria di diritto costituzionale dell’università di Catania) e l’ex magistrato e avvocato Vincenzo Vitale per il fronte del sì, il dottor Francesco Mannino (ex presidente del tribunale di Catania) e il prof. Luigi D’Andrea (docente ordinario di diritto costituzionale dell’università di Messina e presidente nazionale MEIC) per il fronte del no.
I quattro relatori hanno aiutato gli ascoltatori a capire quale potrebbe essere il risultato di questo referendum se vincesse il sì analizzando fragilità e punti di forza. Nascerebbero due CSM, uno per i pubblici ministeri ed uno per i magistrati giudicanti, ponendo fine ai passaggi liberi dall’una a all’altra carriera. I suoi membri sarebbero in gran parte sorteggiati tra tutti i magistrati d’Italia, circa 10.000, mentre i rimanenti membri sarebbero laici, cioè degli avvocati e professori, estratti anch’essi a sorte da un elenco predisposto dal parlamento e tutti rimarrebbero in carica quattro anni. Al di sopra di queste due camere si porrebbe l’Alta Corte Disciplinare, formata da 15 membri sempre estratti a sorte tra i membri dei due CSM assieme a magistrati con elevata anzianità di servizio ed un presidente, il cui scopo sarebbe quello di valutare l’operato dei magistrati ed emettere sanzioni disciplinari nei confronti di coloro che commettono errori nel loro operato. Si parla in tal senso di “terzietà della giustizia”.
Alla luce di queste premesse ci si chiede qual è il senso di un sorteggio e in che misura esso è veramente democratico o se non sarebbe meglio una elezione frutto di una votazione. E ancora se è giusto che i magistrati siano oggetto di valutazione da parte di un’alta corte disciplinare. Un sistema basato sul sorteggio stroncherebbe davvero l’esistenza delle correnti all’interno della magistratura? Lo scopo di questa conferenza non è stato tanto di rispondere a queste domande, ma semplicemente di porle agli spettatori che gremivano la sala affinché possano sentirsi stimolati a documentarsi per conoscere, comprendere e scegliere con coscienza. Questo l’invito vero di tutti i relatori presenti: fare discernimento e andare a votare, perché il voto è un diritto inalienabile dei cittadini in uno stato democratico.