di Mauro Mangano *
Potrebbe diventare una disciplina olimpica, buona per tutte le stagioni, la pratica superdiffusa di parlare de “I Giovani”, definirli, etichettarli. La scuola però è il luogo miracoloso in cui adulti e giovani, quotidianamente, vivono insieme, modellandosi a vicenda. E a tenere orecchie, occhi (cuore e cervello) sufficientemente aperti, qualcosa si coglie. Non sui giovani e gli adulti ma su quei giovani e quegli adulti con cui condividiamo ore, fatiche, progetti, gioie, speranze.
A tenere orecchie e occhi ben aperti (cuore e cervello), si possono sentire e vedere un mucchio di cose. Perché questi giovani, che ci ritroviamo attorno, parlano tanto, tra di loro, con gli adulti. A volte, alcuni, parlano senza parole. Fanno cose più grandi di discorsi interi, più forti di urla potenti.
Le paure dei giovani e le ansie degli adulti
Delle loro paure, dicono tanto. Innanzitutto, di una loro terrificante paura, quella di diventare come gli adulti che hanno intorno, come noi. La paura di diventare come noi, e poi quella di diventare come noi li vorremmo, che non è molto distante dalla prima.
Nelle aule delle nostre scuole, e nei corridoi, si incontrano spesso timori e ansie speculari: da una parte le loro difficoltà, le crisi, le fughe, e dall’altra le nostre ansie, la preoccupazione di non saperne gestire la fragilità. Timori e paure che si specchiano senza trovare una via d’uscita. Perché alle fragilità giovanili, oggi, gli adulti rispondono, rispondiamo, drammatizzando, a volte anche patologizzando. La nostra cattiva coscienza, il rimorso di essere la causa dei loro disagi, ci porta a non reagire con la tenerezza spontanea della cura, bloccati nella postura tanto decantata della “schiena dritta” e della “testa alta”, come ci ricorda Adriana Cavarero, la usiamo a sproposito, incapaci di chinarci nell’atto della cura, della semplice vicinanza.
La retorica del combattimento
La retorica del combattimento, che ha invaso il nostro linguaggio con tutto il bagaglio metaforico e lessicale della sfida, della battaglia, per cui dobbiamo essere tutti guerrieri, quando ci ammaliamo come quando giochiamo una partita, arriva ai nostri ragazzi più direttamente di ogni discorso di educazione civica, e in una vita tradotta in guerra se non hai in dotazione armi potenti, se semplicemente preferisci sognare, immaginare un futuro o un presente diversi, sbagliare esplorando territori nuovi, temi di essere un disertore, invece che un uomo libero.
Se all’espansione del dispositivo simbolico della guerra aggiungiamo la presenza reale, l’esperienza quotidiana della guerra e della violenza trasmessa con le immagini, le cronache, ma in molti casi, nella nostra città, a Catania, anche con il contato diretto e personale, famigliare o sociale, non possiamo stupirci che la reazione di tanti nostri ragazzi sia l’esercizio della violenza fisica come principale strumento di relazione tra i pari e anche con gli adulti. Perché la gran parte dei casi di violenza adolescenziale o giovanile, nelle scuole come fuori, non sono che tentativi di parlare, di esprimere il bisogno dell’attenzione o il desiderio del successo sociale, l’emergenza di una frustrazione o il terrore dell’esclusione. In assenza di qualunque altro modo per esprimerlo, i ragazzi ricorrono alla lingua che gli è stata insegnata fin da neonati. Una lingua che imparano dagli adulti, esattamente come avrebbero fatto con qualunque altro linguaggio.
Quanto può essere utile, allora, la scuola, se capisce che, qui e oggi, è il luogo in cui la svolta può iniziare, e invece di concentrarsi sui regolamenti, i controlli e i divieti, sulle misurazioni quantitative, che sono tutte nella grammatica e nella sintassi della paura e della violenza, mette al centro della sua vita la bellezza dei saperi, la potenza liberante della conoscenza, la gioia della comunità, l’alfabeto della speranza.
* Dirigente scolastico I.O.S. “Musco”, Catania
Leggi gli altri articoli del dibattito:
- Emergenza scuola: il dibattito/1, Non è questione di controlli e punizioni ma di adulti che educhino (di Tiziana Palmieri)
- Il dibattito/2: Davanti al disagio che vivono i giovani, viene da chiedersi dove siamo noi adulti (di Daniele Gulinello)
- Il dibattito/3: La solitudine tra i banchi di scuola e l’attesa di un segno (di Teresa Scacciante)