di Febronia Lamicela

“Ecco com’è bello e com’è dolce

Che i fratelli (e le sorelle) vivano insieme!

E’ come olio prezioso versato sul capo,

che scende sulla barba, la barba di Aronne,

che scende sull’orlo della sua veste.”  (Sal 133,1-2)

Le vicende tristi a cui stiamo assistendo in questi giorni, nei quali sembra che il desiderio di sopraffazione e violenza prevalga su tutto e trascini via, in pochi giorni, secoli di faticoso cammino umano, stridono fortemente con le parole del Salmo, nel quale si gusta e si esalta la bellezza e la dolcezza della fraternità (e della sororità) che  come l’olio, profuma, unge, cura, ripara, riveste dalla testa ai piedi il corpo della comunità e dell’umanità intera sognata da Dio.

Vivere insieme da fratelli e sorelle deve essere una responsabilità condivisa, certo faticosa ma necessaria.

È un cammino di santità che ci rende tutti corresponsabili, tutti pietre vive che insieme intendono edificare la comunità dei credenti.

Ma questo cammino e questo edificio, come ci ricorda Mons. Renna, “ha sempre bisogno di manutenzione spirituale” perché deve essere – o deve diventare – “lo stile della nostra vocazione cristiana” (LP 2025-26)

Le Aggregazioni Laicali dell’Arcidiocesi colgono l’importanza della corresponsabilità e il valore che il camminare insieme ha, non solo per la salute della comunità ma soprattutto per la testimonianza da rendere al Vangelo.

La dignità sacerdotale, profetica e regale dei fedeli laici, già delineata dalla Lumen Gentium e rimarcata dalla Christifideles laici, viene ribadita con chiarezza dai vari documenti del Cammino sinodale fino al punto di sollecitare “la promozione di forme più numerose di ministeri laicali” (cfr DFS ottobre 2024).

Lo ricorda insistentemente anche l’Arcivescovo nella sua Lettera pastorale per quest’anno agatino.

Ma il problema vero va oltre i riconoscimenti e le formulazioni di principio, che tutti in teoria accettiamo, ma (forse) pochi pratichiamo.

Lo troviamo definito con chiarezza, il problema, sempre nel succitato Documento Finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2-27 ottobre 2024) nel quale si legge “la sinodalità invita – e talvolta sfida – i Pastori delle Chiese locali, così come i responsabili della vita consacrata e delle Aggregazioni ecclesiali a rinforzare le relazioni in modo da dare vita a uno scambio di doni a servizio della comune missione.” (n.65).

Nella Lettera Pastorale 2025-26 Mons. Luigi Renna definisce “pensarsi come un noi” il cammino di santità che la comunità cristiana deve compiere per realizzare la “corresponsabilità”.

Ma l’impresa non è facile!

E questa difficoltà è emersa anche durante i lavori dell’Assemblea ordinaria della Consulta diocesana delle Aggregazioni laicali che si è svolta lo scorso 1° marzo presso il Seminario interdiocesano.

Il problema della corresponsabilità è infatti strettamente legato a quello delle relazioni.

Il Documento sinodale già citato afferma “abbiamo sperimentato che sono le relazioni a sostenere la vitalità della Chiesa. […] la qualità evangelica dei rapporti comunitari è decisiva per la testimonianza che il Popolo di Dio è chiamato a dare nella storia. […] Dobbiamo di nuovo imparare dal Vangelo che la cura delle relazioni non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito. (N. 50)

L ’interrogativo che il prof. Savagnone ha posto ai responsabili delle Aggregazioni laicali riuniti in Assemblea è stato proprio questo: che tipo di relazioni ci sono dentro la comunità cristiana e tra le comunità cristiane? dentro e tra le associazioni e i movimenti, dentro le parrocchie, tra laici presbiteri e religiosi, tra presbiterio e vescovo? Le nostre comunità sono LUOGHI, cioè spazi autentici di relazioni, o NON LUOGHI, spazi cioè come il supermercato o la stazione dove si sta non certo per  creare relazioni tra persone?

La fotografia di chiesa che Savagnone ci ha presentato potrebbe sembrare impietosa, ma è vera: oggi nella comunità si confonde facilmente la vocazione con l’autorealizzazione, visto che la vocazione non è l’attitudine a saper fare qualcosa che realizza le aspirazioni personali, ma è la responsabilità verso CHI mi ha chiamato e verso coloro ai quali sono mandato.

Le associazioni e i movimenti però soffrono ancora di autoreferenzialità e autosufficienza, i presbiteri tra loro non collaborano, il rapporto con i vescovi è spesso conflittuale o superficiale… Fin qui Savagnone.

Martina Lo Piano aggiunge all’analisi l’elemento della fragilità nelle relazioni con i giovani, verso i quali il mondo degli adulti (purtroppo anche dentro la comunità ecclesiale) si mostra poco fiducioso, non concede spazio, non assegna responsabilità.

La corresponsabilità per noi laici e laiche che viviamo cammini di fede all’interno delle diverse associazioni e movimenti deve quindi concretizzarsi prioritariamente nella CURA delle relazioni:

  • all’interno delle nostre comunità e delle parrocchie nelle quali svolgiamo un servizio
  • con i presbiteri/religiosi, i quali vivono una stagione di smarrimento, soffrono di isolamento, non coltivano l’amicizia all’interno del presbiterio e spesso non si sentono in armonia con il vescovo
  • con le nuove generazioni che hanno il diritto di ricevere da noi adulti esempi autentici di ascolto, di fraternità, di esercizio credibile della correzione fraterna…

La Chiesa è una squadra: o si vince tutti o si perde tutti, conclude Savagnone

Ne sono convinta.  

Agata, ricorda infatti alla nostra Chiesa che la sua sublime testimonianza di fede nasce da una rete di relazioni all’interno di una comunità cristiana certamente piccola ma caratterizzata, ricorda il nostro Pastore, da un cammino ben strutturato di catecumenato, di iniziazione e di inclusione, che si svolgeva nelle case dei credenti.

Una comunità “laica”, caratterizzata da relazioni autentiche, capace di offrire ad una ragazzina le ragioni profonde di una fede tanto salda.

La testimonianza di Agata, come sottolinea ancora mons. Renna, riveste anche un “ruolo civile”: a noi laici e laiche mostra la determinazione con la quale combattere i tanti mali che affliggono il nostro territorio.

In questo IX centenario del rientro a Catania delle sue spoglie mortali,

Agata possa perciò diventare per noi quell’olio prezioso e profumato che rende bello e gioioso vivere insieme nella comunità cristiana.

*Segretaria della Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali

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