Un pomeriggio di confronto sul compito educativo in un tempo segnato da fragilità e solitudini. Si è svolto ieri, nella parrocchia dei Santi Zaccaria ed Elisabetta a San Giovanni Galermo, il convegno promosso dalla Pastorale scolastica dell’Arcidiocesi di Catania e dall’Ufficio per gli insegnanti di religione cattolica e con la collaborazione di UCIIM ETS, AIMC Sicilia, Diesse – Didattica e Innovazione Scolastica e Associazione Cappuccini. Il titolo dell’incontro è stato “Lo sviluppo dell’‘io’ e del ‘noi’ nel compito dell’educatore”.
Ad aprire i lavori è stato l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna. A moderare l’incontro il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi, Giuseppe Di Fazio.
Tra i relatori la professoressa Rosaria Cascio, docente di materie letterarie nei licei di Palermo, scrittrice e studiosa del metodo educativo di Pino Puglisi – di cui fu allieva e collaboratrice nella diffusione della sua eredità educativa – e il professor Domenico Fabio Tallarico, rettore della Scuola del Sacro Cuore di Cesena e responsabile della pastorale scolastica della diocesi di Cesena-Sarsina.
«Il problema non sono gli adolescenti, ma gli adulti»
Secondo Tallarico la questione educativa attraversa oggi tutta la società. «Viviamo un periodo di grave emergenza educativa – ha spiegato –. Spesso pensiamo che il problema siano gli adolescenti, ma il vero problema sono gli adulti che non sanno più educare».
Il docente ha descritto una crescente distanza tra generazioni: «C’è un distacco sempre maggiore tra gli adolescenti e gli adulti. Gli adulti sono sempre più lontani dai ragazzi, mentre i giovani hanno bisogno di adulti che vivano la vita con responsabilità e che siano felici della vita».
Nel suo intervento Tallarico ha collegato fenomeni come violenza e dispersione scolastica a una questione più profonda: la mancanza di senso e la solitudine. «La violenza – ha detto – è conseguenza della mancanza di senso e della solitudine profonda che vivono i ragazzi. Se non c’è qualcuno che affronta queste due cose, i ragazzi saranno sempre più violenti e sempre più soli».
Per questo ha criticato le risposte esclusivamente securitarie, come l’uso dei metal detector nelle scuole: «Il vietare non è educare. Se la scuola si limita al divieto, non aiuta i ragazzi».
La proposta educativa che ha indicato si fonda su due elementi essenziali: la testimonianza e la presenza. «Un educatore deve avere qualcosa di bello da dire sulla vita. E poi bisogna stare con i ragazzi: passare tempo con loro, ascoltarli, condividere la vita».
L’eredità educativa di Padre Puglisi
Nel suo intervento Rosaria Cascio ha richiamato l’esperienza del sacerdote palermitano Pino Puglisi, di cui è stata allieva.
«Il mio maestro è stato Padre Pino Puglisi – ha ricordato –. La sua capacità di creare reti è stata la sua forza».
Riflettendo sulle tensioni del presente e sulle guerre che segnano il tempo attuale, la docente ha raccontato anche il timore di diventare involontariamente un’eco del linguaggio della violenza: «Ho avuto paura di diventare a mia volta un’amplificatrice della guerra. La guerra non è lo strumento per risolvere i problemi».
Cascio ha poi richiamato il metodo educativo del sacerdote palermitano: «Di me don Puglisi ha fatto la cittadina che sono – ha ricordato –. Lo ha fatto senza parlare di mafia e di mafiosi, ma agendo, testimoniando l’essere cittadino responsabile».
Un metodo fondato sulla testimonianza personale: «La sua era un’educazione che nasceva dall’esempio di vita e non dalle parole». Per la docente palermitana, l’eredità del sacerdote ucciso dalla mafia continua a vivere proprio nell’impegno educativo quotidiano: «Sono sicura che, quando saranno grandi, Puglisi in loro diventerà azione».
Il convegno ha coinvolto insegnanti, educatori e operatori pastorali del territorio, offrendo uno spazio di confronto su una delle sfide più urgenti della società contemporanea: la formazione delle nuove generazioni.
Dalle relazioni e dal dialogo con i partecipanti, che nell’occasione hanno riempito la grande chiesa di “Zaccaria ed Elisabetta” a gravina di Catania, è emersa una convinzione: l’educazione non si riduce a regole o strumenti disciplinari. Richiede adulti presenti, capaci di relazione e di testimonianza. In altre parole, adulti che sappiano indicare ai giovani una speranza e una ragione per cui vale la pena vivere.
