Creare un film giallo vecchio stile con un forte messaggio non è un compito semplice, ma “Wake up dead man-Knives out” riesce in questa impresa tanto ardua. Il film si apre con Padre Jud, un ex pugile diventato sacerdote dopo aver ucciso un uomo sul ring. L’istinto da combattente è rimasto comunque molto forte in lui e a causa di una sua aggressione ai danni un altro sacerdote viene trasferito in una chiesa di provincia dove incontrerà monsignor Wicks, parroco autoritario dalla distorta comprensione del vangelo. Ciò porterà Jud a tentare di estirpare la presa del monsignore verso la comunità parrocchiale, fino a quando dopo un’omelia il monsignore muore improvvisamente e senza alcuna spiegazione momentanea.
Sapendo della inimicizia tra il vecchio parroco e il giovane sacerdote tutti i sospetti sono su padre Jud. Ma per trovare una soluzione a questo crimine impossibile arriva Benoit Blanc, l’investigatore privato ateo coprotagonista della pellicola.
Un uso straordinario della fotografia
Il comparto tecnico del film è solido, la scrittura è potente e mai banale, tenendo sempre sulle spine e facendoti dubitare perfino della tua mente man mano che procede la trama, che come ogni buon giallo è ricca di colpi di scena perfettamente costruiti e mai banali. La fotografia è ottima, ci sono degli utilizzi fenomenali di colori, luci e ombre, ci sono due dettagli da far notare: il primo è la decisione del regista di giocare con le luci che entrano all’interno della chiesa in momenti precisi e catartici, come quasi a far intuire la presenza di Dio che vuol dare Lui stesso importanza a cose dette o fatte in quel dato momento.
L’utilizzo del rosso e del blu
Secondo dettaglio è l’utilizzo dei colori rosso e blu, che grazie alla loro presenza rivelano la vera tematica del film, l’equilibrio tra la predicazione dell’ira di Dio e della sua concessione della grazia. Infatti all’interno della pellicola Wicks e Jud vengono usati come archetipi per rappresentare il messaggio poco prima citato, ciò ha portato a delle lamentele riguardo al rischio di renderli entrambi delle macchiette, questo problema viene scongiurato grazie alla creazione di una atmosfera sopra le righe che permette quindi una maggiore sospensione dell’incredulità e una veicolazione semplificata del messaggio.
Ogni personaggio è rappresentato in maniera solida, e a loro modo tutti rappresentano delle vie personali di vivere la fede (quasi tutti comunque in maniera sbagliata). Come nota finale va detto che ogni attore è perfettamente calato nel ruolo, soprattutto Josh O’Connor (padre Jud) e Daniel Craig (Benoit Blanc). Quest’ultimo in particolare dà una sfumatura diversa al carattere, rispetto ai precedenti due film della saga. Questo personaggio finalmente ha punti deboli, momenti di dubbio e rottura che lo portano ad un cambio anche se non completo del suo modo di essere, mentre Jud invece sembra compiere un viaggio interiore sulla riscoperta della sua vocazione, “una folgorazione sulla via di Damasco” direbbe lui. In conclusione: il film è ben fatto, ben scritto, ben girato, a mio avviso assolutamente da vedere.