Gentile Direttore,
Nel dibattito pubblico sulla pace si parla quasi sempre di equilibri di potere, deterrenza e strategie geopolitiche. Ma sotto queste categorie si nasconde spesso un impulso più elementare: una certa concezione di sé che diventa modo di relazionarsi all’altro — «mi concepisco come voglio e voglio che tu sia mio». È il desiderio antico di possesso e controllo.
Per questo risuonano con forza le parole della recente preghiera di Papa Leone XIV: «La vera sicurezza non nasce dal controllo alimentato dalla paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli». Ma io come mi giudico? Alcuni si giudicano “troppo”, altri “poco”. Cosa vuol dire giudicare?
Queste parole mi fanno pensare al capitolo 18 della Genesi, il dialogo tra Dio e Abramo. Davanti alla possibile distruzione di Sodoma, Abramo intercede e Dio accetta di discutere: la città sarebbe stata risparmiata se si fossero trovati anche solo dieci giusti. Qui non c’è possesso né annientamento: c’è una relazione, e Dio sembra più interessato alla libertà degli uomini che alle loro colpe. È un giudizio che apre alla relazione, non che schiaccia. Il giudizio che schiaccia e controlla, invece, mi fa pensare a come giudico normalmente me stesso: io appartengo alla categoria di quelli che si giudicano “poco”, e riconoscere la differenza tra il giudizio aperto e misericordioso di Dio e il modo in cui spesso mi giudico è un passo necessario, forse “quaresimale”, per vedere le cose in modo diverso.
In questo tempo della vita, però, mi accade di guardare le cose in modo diverso, non solo attraverso i miei occhi. Penso alla mia difficoltà a digiunare il venerdì. Spesso il digiuno è stato per me aggiungere un problema ai problemi, fortificare la mia volontà oppure fare qualcosa di misterioso e forse di magico che fa bene al mondo perché Dio l’ascolta. Ma così facendo, la paura di non riuscire diventava un’ulteriore prova della mia incapacità e aumentava la mia ansia. Forse potrei, con maggiore realismo e soddisfazione, accettare di avere un pasto che mi voglia più bene e rispetti i bisogni reali del mio corpo.
Lo stesso accade quando vedo certe immagini sui social media: maestri di Tai Chi muscolosi a sessant’anni, che praticano ogni giorno in modo impeccabile. Non ho infatti una volontà ferrea di essere perfetto o “sano” come loro sembrano avere. Anche l’attività fisica può diventare controllo e giudizio su di sé, invece di essere un’esperienza di vera libertà, di accoglienza e cura del corpo che cambia con il tempo, e della coscienza che si ha del senso della vita.
Il vero cambiamento non è legato al nostro sforzo
Penso anche al fatto che questo cambiamento talvolta non sia lineare perché non è legato allo sforzo: nell’Andrei Rublev di Tarkovskij, il monaco-pittore rimane muto e chiuso nel silenzio per molti anni per espiare il suo omicidio; il suo mondo viene filmato dal regista in bianco e nero. Ma quando, dopo quegli anni di “silenzio”, osserva un ragazzo senza famiglia e senza mezzi condurre il popolo a costruire una campana che nessuno era capace di fare, Rublev ritrova la libertà e la voglia di creare. Come a dire che la bellezza nasce proprio dalla debolezza e dalla fragilità, dal rischio, dal non vedere, dall’essere “quasi nulla”. Infatti, nel film, le immagini delle icone che Rublev crea da quel momento in poi diventano colorate.
Questo mi ha riportato a un episodio più leggero ma simile nella sostanza. Spingevo una carrozzina mentre giocavamo a Pac-Man in carrozzina con altri colleghi (una specie di acchiappa-acchiappa). Essendo imbranato, uno di loro mi ha preso bonariamente in giro per la mia lentezza, perché così lo rallentavo e lo facevo acchiappare. Mentre spingevo la mia carrozzina a tutta forza per non essere preso, mi è venuto spontaneo dire, ridendo: «Faccio del mio meglio». Tutti hanno riso, e con quella risata la tensione si è sciolta. Nessuno deve dimostrare di essere migliore di quello che è; anzi, la mia lentezza è diventata parte del divertimento ed esperienza umana.
Se lo scopo del gioco fosse il controllo, sarebbe un continuo sforzo di vincere e di controllare gli altri; ma, come nel gioco lo scopo è divertirsi dando il meglio di sé così come siamo, così nel Vangelo lo scopo dell’azione è essere secondo l’immagine con cui Dio ci ha creati.
Prima ancora di chiederci quali poteri possano garantire la pace, non dovremmo forse domandarci se stiamo cercando il controllo o la pace.