Gentile Direttore,

vorrei condividere alcune riflessioni nate dopo aver visto su YouTube il video “Tre interviste su Don Giussani”. Osservando alcune reazioni scettiche nei commenti, ho percepito quanto il chiacchiericcio culturale possa spegnere il desiderio di verificare personalmente se una proposta è vera o no. È una forma di cinismo che può paralizzare l’attenzione e la libertà interiore.

Questa riflessione mi ha riportato a un’esperienza professionale recente. Ho incontrato un giovane padre che era venuto per una prestazione tecnica precisa: prescrivere strumenti per sollevare i piedi e facilitare il cammino. Fin qui, tutto rigorosamente tecnico. Ma osservandolo, ho visto che la sua situazione reale era più complessa: camminava con grande difficoltà, rischiava di cadere e doveva accompagnare i figli a scuola.

In quel momento è nata in me una domanda più profonda: lo strumento tecnico per fare qualche passo o quello che gli permettesse di accompagnare i figli senza rischiare cadute o senza essere obbligato a continue pause nel cammino a causa della fatica fisica? Non era una teoria o un’ideologia: era un movimento dell’intelligenza, della conoscenza e del cuore davanti a una persona reale. Ho iniziato a pensare a soluzioni più adatte, come proporre una carrozzina elettrica, cercando di rispondere al bisogno reale di quella persona.

Ho capito che, nel mio tempo di lavoro, dovevo tenere conto di un aspetto che attualmente nessuno segue nel luogo in cui lavoro. Avrei dovuto dedicare tempo e attenzione sia a lui sia ad altri pazienti in situazioni analoghe, trovando modo di organizzare le attività e le risorse in modo più efficace.

Questo movimento “scientifico” e concreto mi porta al Vangelo di Giovanni: Gesù non riduce le persone a problemi o sintomi, ma le guarda nella loro interezza. Il paralitico non è solo una paralisi, il cieco non è solo una malattia: sono persone con difficoltà reali, bisogni reali, una dignità infinita. Così anche nella mia esperienza, il momento in cui ho pensato ai figli di quel padre è stato rivelatore: non ragionavo più solo da tecnico, ma da persona che guarda la vita intera di un altro.

La verifica cristiana proposta da Giussani consiste nel fare esperienza di un’ipotesi di lavoro: la verifica non è “ho ragione”, ma: “questo sguardo aiuta davvero quella persona? Rende la realtà più umana? Mi rende più libero e più responsabile?”. Non fermarsi alla domanda tecnica, ma osservare ciò che emerge dalla concretezza: è il contrario della manipolazione o della deresponsabilizzazione, è una laicità sana, che riconosce ciò che l’esperienza concreta fa emergere in me e nell’altro.

Un fatto come descritto dal Vangelo (“Ero cieco e ora ci vedo”) senza argomenti teologici o categorie preconcette, mostra come avere davanti solo la realtà sia più forte del giudizio degli altri. Un’ultima riflessione: in un tempo in cui le macchine sostituiscono l’uomo, mi chiedo se una macchina potrebbe mai fare esperienza.