Il 5 marzo 2026, a San Giovanni Galermo, oltre 400 docenti di ogni ordine e grado hanno partecipato all’annuale Convegno promosso dall’Arcidiocesi di Catania per gli educatori. Quest’anno il convegno, organizzato dagli uffici di Pastorale scolastica, da quello dell’insegnamento della religione cattolica e da Uciim, Aimc, Diesse e Associazione Cappuccini, aveva per tema: “Lo sviluppo dell’ “io” e del “noi” nel compito dell’educatore”. L’evento ha visto la partecipazione dell’arcivescovo Luigi Renna e dei professori Rosaria Cascio (docente a Palermo, scrittrice e alunna del beato padre Pino Puglisi) e Domenico Fabio Tallarico (docente di religione, rettore dell’Istituto paritario “Sacro Cuore” a Cesena e direttore dell’Ufficio di Pastorale scolastica nella diocesi di Cesena-Sarsina). Il convegno, che ha visto diverse realtà ecclesiali e di volontariato lavorare in piena sinergia, non si è concluso il 5 marzo, ma ha avviato un lavoro che proseguirà in alcuni laboratori didattici. Il primo dei quali è fissato per lunedì 20 aprile (ore 16,30-18-30) in via Raciti 2, Catania e avrà per tema: “Oltre la classe. Nuove frontiere della relazione educativa”.

Di seguito pubblichiamo una sintesi puntuale della trascrizione degli atti del convegno del 5 marzo scorso.

INTRODUZIONE: Educhiamo alla pace

Mons. Luigi Renna (Arcivescovo metropolita di Catania)

«Buonasera a tutti. Fin d’ora diciamo il nostro grazie al parroco, al diacono e alla comunità dei santi Zaccaria ed Elisabetta in San Giovanni Galermo che ci ospita in questa Chiesa, che vedete essere davvero accogliente per i nostri convegni. Permettete un saluto ai direttori dell’ufficio di pastorale scolastica e dell’insegnamento della religione, all’AIMC, all’UCIIM, a Diesse e all’Associazione Cappuccini. È bello vedere che queste realtà camminino in maniera sinergica e si ritrovino in questo convegno che è diventato una bella tradizione per riflettere sulla nostra vocazione. Dico nostra perché mi sento uno di voi in questo cammino educativo.

Mentre stiamo vivendo questo convegno, vari conflitti insanguinano il mondo, soprattutto quello nel Golfo per il quale invochiamo il dono della pace. Il giorno 13 un’intera giornata in tutte le comunità sarà dedicata proprio ad invocare questo dono. Sappiamo che le guerre non nascono all’improvviso: vengono preparate da forme di educazione dell’io e del noi in cui al centro c’è il “prima di tutto noi”, l’armarsi di linguaggi e di strategie che non guardano più all’altro come a un fratello, né ad un semplice avversario, ma come ad un nemico. Nascono dalla negazione dei diritti che fa dell’umanità un “noi”. Le guerre sono preparate da forme di educazione più o meno esplicite. Non posso non ricordare quanto ascoltavo da bambino da mia madre che, negli anni Trenta, veniva educata nelle piazze a prepararsi alla guerra e a guardare agli altri in maniera conflittuale.

Oggi questo nel nostro Paese non è esplicito, ma ci sono tante mentalità che vanno in questa direzione. Ogni volta che celebriamo un convegno come questo, ci aiutiamo a far crescere i nostri ragazzi in un clima culturale che educa alla pace. In tale contesto mi piace fare riferimento alla nota pastorale della CEI Educare ad una pace disarmata e disarmante. Alla scuola si chiede una quotidiana conversione ad una pratica di comunità educante che faccia emergere l’importanza e la bellezza di relazioni significative. Valori condivisi come democrazia, partecipazione, cooperazione e pluralismo fondano una prassi di pace.

Per la scuola il documento fa riferimento a due questioni: l’insegnamento della storia e l’uso delle piattaforme digitali. L’insegnamento della storia non può essere una mera prospettiva della successione di guerre, ma l’esame critico (per restare a quel tema particolare) delle dinamiche, attenti alla vita quotidiana delle famiglie e di quel popolo di civili che la guerra la subisce. Dobbiamo poi orientare ad un uso intelligente delle moderne piattaforme digitali e dei giochi elettronici, che tante volte sono giochi di guerra, valorizzandone il potenziale educativo ed evitandone l’orientamento alla violenza. Educare ad un io che abbia stima di se stesso e ad un noi fa parte dell’educazione alla pace. La scuola è ancora il luogo laddove noi ci fermiamo e parliamo del perché della guerra, diventando un’oasi in cui si guarda agli altri come a fratelli. Grazie per quello che fate e per l’enorme potenziale che rappresentate.»

IL DIALOGO COI RELATORI

Giuseppe Di Fazio (giornalista, moderatore)

«Grazie Eccellenza. Abbiamo come ospiti la professoressa Rosaria Cascio, docente a Palermo, scrittrice, alunna e seguace del metodo del beato Pino Puglisi, e il professor Domenico Fabio Tallarico, docente di religione, rettore della scuola “Sacro Cuore” di Cesena e direttore dell’ufficio di pastorale scolastica di quella diocesi. Faremo un dialogo in due tempi: prima alcune domande provocatorie per far emergere i problemi, poi risponderemo alle domande che ci farete pervenire.

Parto dal mio lavoro di giornalista. Le cronache parlano sempre più spesso di studenti violenti o soli. Cito alcuni casi: aprile 2025, strage in piazza a Monreale con tre giovani uccisi; gennaio 2026 a La Spezia, uno studente uccide un compagno; gennaio 2026 a Catania, una baby gang massacra un ragazzino di 14 anni in Piazza Stesicoro; Gela, pochi giorni fa, un sedicenne colpisce a martellate un compagno di classe. Sono episodi che denotano un malessere diffuso. La violenza spesso si rivolge anche contro se stessi: nell’ultimo decennio sono raddoppiati i casi di suicidio e autolesionismo tra i giovani.

Per fortuna ci sono anche punti di luce, come i giovani che hanno spalato fango dopo il ciclone sulla costa ionica o i volontari nelle parrocchie di periferia (penso, in particolare agli “Amici di Rosso Malpelo”, gli studenti che si prendono cura dei compagni più sfortunati). Davanti a questa emergenza educativa, dove sono i docenti? Dove sono i genitori?»

Dove sono gli adulti?

Prof.ssa Rosaria Cascio: «I docenti sono tutti sul campo perché non possiamo evitare lo sguardo dei nostri alunni. Il primo dovere che un essere umano ha nei confronti dei giovani è quello di essere un testimone. Siamo capaci noi adulti di essere testimoni, e testimoni di cosa? L’emergenza educativa è un sintomo di una società che non funziona. I ragazzi sono impauriti perché la società che si propone come testimone di certi valori non è quella che si aspettano. Una società che ha costruito l’intelligenza artificiale come vera amica dei nostri alunni e che è capace di coinvolgere 14 Paesi in un conflitto in un solo giorno non può che creare questo sintomo.
I ragazzi hanno vissuto il Covid e ne sono usciti con le ossa rotte; il disturbo mentale tra i giovani è aumentato del 300%. Oggi la prima causa di morte tra gli adolescenti è l’anoressia, legata al disordine sociale e ad una società ammalata. Non siamo capaci di proporci come modelli positivi alternativi. Molti di noi docenti siamo scesi dalla cattedra per stare accanto ai giovani. Dobbiamo insegnare le nostre materie riuscendo a porre all’interno dell’insegnamento anche l’attualità. Oggi in classe ho spiegato le guerre persiane non per far studiare le strategie militari, ma affinché i ragazzi capiscano che la guerra non è lo strumento per risolvere le questioni. Ho dato loro spazio di parola affinché raccontassero le loro paure. La scuola deve diventare spazio di parola in cui l’alunno ha qualcosa da dire su di sé e sul presente.»

Prof. Domenico Fabio Tallarico: «Insegno religione e voglio essere provocatorio: dove sono gli adulti? Sono al pascolo. Uso l’immagine di Mosè: egli ha trovato riposo nella terra di Madian, pascola tranquillo, ha raggiunto i suoi obiettivi economici e lavorativi. Tanti adulti oggi sono “borghesi”, preoccupati solo di se stessi. In questa cultura del vivere bene, i figli sono diventati un problema da gestire che toglie spazio al nostro egoismo; per questo non si fanno più figli. Nessuno ha voglia di complicarsi la vita con gli adolescenti.
Ma cos’è che muove Mosè dal suo borghesismo? Un grande spettacolo, qualcosa di straordinario. Ecco cosa può interessare gli adolescenti. Non hanno bisogno di sentirsi dire cosa è giusto o sbagliato; la scuola sta diventando un’imposizione dall’alto verso il basso che dice ai ragazzi cosa devono fare, eppure ci accorgiamo che stiamo fallendo. Gli studenti hanno bisogno di qualcuno che dica che la vita è uno spettacolo e che porti speranza e bellezza.
Dio dice a Mosè: “Io sarò con te, non sei solo”. Se entriamo in classe e siamo soli, si vede subito; non portiamo nulla. Se invece portiamo Qualcuno con noi, anche questo si vede. Mia moglie, che è psichiatra, mi ha raccontato di una ragazza che ha tentato il suicidio cinque volte. Guardandola, le ha detto: “Tu mi ricordi lo sguardo del mio insegnante di religione delle medie”. Quello non era il mio sguardo, era lo sguardo di un Altro. Quella ragazza ricordava una frase: “Devi fare le cose per qualcuno, non per un giusto motivo”. Capite cosa vuol dire non essere soli in classe?»

Perché tanta paura e violenza nei nostri giovani?

Giuseppe Di Fazio: «Cosa c’è all’origine della paura dei nostri giovani e della solitudine che si tramuta in violenza?»

Prof.ssa Cascio: «I ragazzi sono come spugne, assorbono l’acqua in cui sono immersi; se quest’acqua è fatta di paura e incertezza, questo assorbono. Recentemente sono stata a Grezzana, vicino Verona. C’era una presenza di minori stranieri violenti, i cosiddetti “Maranza”. La comunità territoriale chiedeva solo repressione. Io ho risposto che opporre violenza alla violenza significa farla crescere esponenzialmente. Chi ha subito violenza è molto più capace di riprodurla.

Ho parlato di inclusione, di creare occasioni per far conoscere storie di vita diverse. Don Pino Puglisi alla violenza non ha opposto violenza, ma ha proposto un modello di partecipazione. I ragazzi hanno bisogno di identità, ma oggi trovano modelli nei cantanti neomelodici violenti o nei siti pornografici, dove imparano che la relazione uomo-donna è possesso. Il modello vincente oggi è l’esclusione degli altri affinché io sia il primo. La “scuola del merito” favorisce l’isolamento e la concorrenza anziché la condivisione. Una società in cui l’ultimo non ha spazio di cittadinanza non risponde ai bisogni dei ragazzi.»

Prof. Tallarico: «Una ragazza della Romagna ha scritto: “Entro in classe e vedo studenti che hanno male allo stomaco per l’ansia prima di verifiche e interrogazioni… ci avete vietato il telefono anziché educarci alla libertà”. La scuola ha una responsabilità su questa solitudine perché gli adulti non hanno più quello sguardo sui ragazzi. La pandemia è stata una catastrofe e nessuno lo dice; ha generato una solitudine devastante che blocca le relazioni.

Frankenstein nel libro di Mary Shelley inizia a uccidere perché si sente non amato. Quello che manca oggi è la paternità di un Creatore buono che ti ama. Oggi i giovani maledicono di essere nati; la considerano una condanna. In classe mi hanno detto che girano col coltello per difesa: “Prof, il mondo è pieno di persone che girano col coltello, io ho paura”. Per non girare con un coltello in tasca ci vuole fede, cioè affidarsi a Qualcuno di più grande. Il segno della stretta di mano indicava che non avevi un coltello; oggi non ce la stringiamo più perché l’altro è percepito come un pericolo.»

Il bisogno di veri maestri

Giuseppe Di Fazio: «Avete avuto dei maestri che vi hanno aiutato a capire come stare con gli alunni?»

Prof.ssa Cascio: «Io devo tutto a due insegnanti che amavano i miei temi e mi hanno dato quell’autostima che mi ha portato a credere nella scrittura. Oggi pubblico libri con i miei alunni su temi come l’autolesionismo, rendendoli testimoni davanti ai loro pari. Il mio maestro è Padre Puglisi, un adulto significativo che si è messo accanto a me, non al posto mio. Mi ha dato consistenza attraverso la “pedagogia dello sguardo”. Egli diceva: “Il discorso pedagogico è più efficace vedendo che due adulti qui si trattano con rispetto”. Sconvolge i ragazzi vedere un adulto che è lì solo perché loro gli stanno a cuore, non per una convenienza. Puglisi è diventato per me una visione verso cui mi muovo nella mia esistenza.»

Prof. Tallarico: «Sono cresciuto nel “Bronx” di Forlì, tra ragazzi che spacciavano eroina e alcuni di loro sono morti. Ero a rischio abbandono scolastico, passavo le giornate nelle sale giochi. Poi ho incontrato sacerdoti come Don Francesco Ricci, don Enzo Zannone e Don Luigi Giussani che mi volevano bene in modo disinteressato. E hanno riacceso in me il desiderio di una vita piena. Anche i miei alunni sono maestri. Durante l’alluvione in Romagna, una ragazza che scappava dalla classe per attacchi di panico mi ha detto: “È stato bellissimo spalare fango per aiutare gli altri”. Le ho risposto: “Se hai capito che la tua vita vale se viene donata, hai capito tutto”. Senza questi maestri io non sarei qui.»

La scuola dimenticata

Giuseppe Di Fazio: «Perché la scuola è vista spesso come un disturbo o una realtà non valorizzata dalla politica? A Catania molte scuole di periferia non hanno neanche il tempo pieno.»

Prof.ssa Cascio: «Le risorse economiche per la scuola sono sempre di meno. Non è dignitoso che i ragazzi debbano portarsi la carta igienica da casa o vivere in scuole a rischio sismico. Questo messaggio di disattenzione squalifica l’istituzione. Noi docenti veniamo squalificati nella nostra funzione; siamo psichiatri, sociologi, saltimbanchi. Più del 50% dei docenti ha oltre 50 anni: c’è un divario generazionale enorme.
La scuola alleata degli studenti è una scuola inquieta, che ti dà spazi di parola e protagonismo. Padre Puglisi ha creato a Brancaccio una scuola della prossimità, andando a prendere i ragazzi a casa al mattino e costruendo una rete con l’amministrazione, la sanità e i volontari. C’è una scuola che accoglie e che ogni giorno si inquieta per essere una risposta.»

Prof. Tallarico: «Educare significa educere, tirar fuori il talento e l’unicità del ragazzo. Purtroppo oggi molti adulti hanno “progetti” sui ragazzi: la famiglia, la scuola, persino la malavita dicono “tu fai questo per me”. È un amore interessato. L’educazione invece è sempre una proposta e una scelta di libertà. Ringrazio che la nostra materia (la religione, ndr) sia un’opzione libera, perché se il ragazzo ci sta, ci sta per scelta. Il punto dell’educare è avere qualcuno che ti guarda. È una sfida ricostruire il rapporto tra scuola e famiglia; oggi c’è un disinteresse totale.»

Quale dialogo con i genitori?

Giuseppe Di Fazio: «Vi propongo adesso alcune domande che vengono dai docenti presenti. Perché non si instaura un dialogo con i genitori? Come possiamo supplire all’assenza dei genitori?»

Prof.ssa Cascio: «Io me li tiro per i capelli i genitori assenti. La prima cosa che faccio in una prima classe è scrivere alla lavagna il mio numero di telefono e la mia mail. Se non c’è dialogo con i genitori non ci può essere apprendimento. Ieri una mamma mi ha chiamato per il figlio con la gastrite; parlando con lui ho scoperto che il malessere derivava dai litigi dei genitori a casa. Dobbiamo far capire ai ragazzi che c’è una circolarità educativa. Ci vuole poco a costruire ponti; i dialoghi sono fatti di parole, non di mattoni.»

Prof. Tallarico: «Incontrare i genitori e spiegare un disagio dei figli è cosa tosta perché spesso non vogliono vedere. Una volta ho messo un’insufficienza in religione a un ragazzo bravissimo che si stava “spegnendo”. La madre mi ha confessato: “Mi sto separando e ho trascurato mio figlio”. Quell’insufficienza è stata l’inizio di un dialogo. Per tre mesi sono andato in psichiatria a imboccare una mia alunna che non mangiava più. La salutavo col segno della croce sulla fronte. Non c’è un sistema perfetto, c’è l’amore nei confronti di chi incontriamo. Questo sguardo cambia tutto nel lavoro quotidiano.»

Il rischio educativo

Giuseppe Di Fazio: «Cos’è che muove davvero la persona? Perché è ragionevole rischiare in un rapporto educativo?»

Prof.ssa Cascio: «La didattica si sostanzia nella relazione. È inutile spiegare il Faraone se nel frattempo non hai guardato i tuoi alunni. Il rischio è rimanere nel nostro ruolo dando sempre spazio di parola ai ragazzi. Consiglio di vedere il film Little Boy: mostra cosa muove l’uomo, ovvero la speranza e il bene.»

Prof. Tallarico: «Noi seminiamo in modo gratuito, spesso senza raccogliere. In un anno stiamo insieme ai ragazzi solo 36 ore: è nulla. Il rischio è sapere che l’altro ha una libertà e potrà dirci di no. Ma la ricchezza è vedere questi ragazzi fiorire in modo inaspettato perché qualcuno ha preparato la terra.»

Mons. Luigi Renna (conclusioni): «Grazie a Giuseppe Di Fazio, a Rosaria Cascio e a Domenico Tallarico. Cari docenti, abbiate tanta stima della vostra vocazione. Le vocazioni non hanno bisogno della gratificazione dei soldi. Il cristianesimo ha cambiato il modo di educare e Gesù rimane il grande esempio. Passeranno le ideologie, ma ciò che rimarrà sarà il vostro modo di vivere la vostra vocazione. Concludiamo con una preghiera per i ragazzi che soffrono, per le ragazze anoressiche e per le famiglie che fanno fatica ad educare.»

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