Niente tasse senza rappresentanza. «No taxation without representation» era – nella seconda metà del 1700 – il principio non negoziabile delle colonie del Nord America contro la prepotenza del Regno di Gran Bretagna. Come a dire: se volete i nostri soldi, noi dobbiamo avere i nostri rappresentanti e voce in capitolo nel vostro parlamento.

Con una giravolta della storia, oggi il potere sovrano siede alla Casa Bianca e l’America di Trump tassa e tartassa questo lato dell’Atlantico: prima con i dazi e l’obbligo di moltiplicare la spesa militare (comprando ovviamente armamenti made in USA), e adesso anche con l’impennata dei prezzi di carburante e gas – e a seguire di tutte le filiere fino al carrello del supermercato – a causa della guerra scatenata da lui e dal suo complice israeliano Netanyhau contro l’Iran. Ma, a differenza di quelle colonie, noi del Vecchio Continente nemmeno chiediamo una qualche «representation» e tutt’al più alziamo moderate proteste, a volte anche sfidando il rigore euclideo con arzigogoli concettuali tipo «non condivido né condanno».

La guerra come un videogioco

C’è un video in cui Trump parla dell’affondamento di navi militari iraniane da parte della US Navy. Il presidente racconta di aver chiesto ai suoi ufficiali: «Perché non le abbiamo catturate? Perché le abbiamo affondate?». E loro, sempre secondo il suo racconto, avrebbero risposto: «Perché è più divertente affondarle». E giù risate. Un altro video mostra l’esplosione – filmata e trionfalmente esibita dalla propaganda stars and stripes – di una nave iraniana centrata dai siluri di un sommergibile statunitense. Chissà il divertimento di quei poveri marinai iraniani, soldati sì di una proterva teocrazia, ma figli di mamma pure loro, colpiti e affondati come in una battaglia navale di carta o su videogame, ma in una realtà concreta di carne bruciata, ossa frantumate, sangue versato. E se davvero la marina degli Stati Uniti se la gode come dice Trump, dovremmo concludere che non solo per lui, ma pure per i suoi sottoposti, probabilmente anche la buonanima di Basaglia avrebbe preferito tenere in vita i manicomi, reparto belve.

Altri video – con firma della Casa Bianca in coda – mischiano riprese di veri bombardamenti a spezzoni di film, videogiochi e cartoons, il tutto esaltato da una glorificante colonna sonora, in un orrido peana alla potenza devastante degli Stati Uniti e alla guerra. E la memoria può andare ad Apocalypse Now: alle scene di attacchi statunitensi in Vietnam sulle note della Cavalcata delle Valchirie; ma quello era un film di denuncia contro il cuore di tenebra della guerra, esattamente l’opposto di ciò che la Casa Bianca esibisce adesso.

La strage delle bambine

D’altra parte, coerentemente, Trump non mostra alcun senso di colpa, anzi proprio nessun sentimento, per la strage di più di 150 bambine iraniane di una scuola centrata da un missile americano, strage che nonostante ogni evidenza – rispondendo a domande di giornalisti – lui ha cercato di attribuire a un errore di tiro delle truppe di Teheran.

Immaginiamo allora come le beneducate volontà dei paesi europei possano convincere a più miti consigli un essere di tale qualità umana e morale. Al contrario, semmai lo stimolano, per dispetto, a rincarare la dose.

E non stiamo qui discettando di diritto internazionale, anche perché in quest’ultima ottantina d’anni, a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale, i paesi più forti, Stati Uniti in testa, di violazioni ne hanno fatte tante, e molti altri paesi, Italia compresa, ne hanno tollerate altrettante, e davvero nessuno è senza peccato e può scagliare la prima pietra, e neppure la seconda o la terza. No, qui non parliamo del diritto internazionale, che avrebbe bisogno di grandi riflessioni e di sostanziali riforme e strutture, ben oltre l’Onu com’è attualmente. Qui, molto più semplicemente, parliamo del nostro inerme portafoglio e della nostra mancanza di voce in capitolo.

Quale ruolo per l’Ue

È chiaro che Trump ci costa, ci impoverisce, e non tiene minimamente conto delle nostre rimostranze (semmai è contento dei nostri problemi). La stessa cosa faceva il Regno di Gran Bretagna con le sue colonie del Nord America, alle cui richieste rispose picche. Proprio da quella situazione scaturì la vittoriosa guerra d’indipendenza dei coloni americani contro la madrepatria matrigna britannica, e proprio quella guerra saldò l’unione tra gli americani nell’embrione degli attuali Stati Uniti.

Ora Trump si compiace, tra l’altro, di atteggiarsi a re, con tanto di immagine – creata con l’IA – di sé incoronato, che da un aereo bombarda col letame chi protesta contro di lui. Ma siamo davvero più deboli di quelle colonie? Non avverrà mai che – se non tutta l’Ue – almeno alcuni paesi dell’Europa si mobilitino, e saldino una loro vera unione, e magari si alleino con altre democrazie, come ha auspicato il premier canadese Carney, per rendersi tutti indipendenti dalla prepotenza strafottente di king Donald?

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