Foto: teatroreligioso.it

«Il segreto sta tutto nello scoprire e nel suscitare questa forza; perché, come diceva Michelangelo: tutto è nel marmo. L’arte sta nel saperlo trarre». Questa frase di don Carlo Gnocchi, dalla Pedagogia del dolore innocente, non è un’epigrafe: è un varco. E in Ritorneranno quel varco si fa gesto. Un gesto concretissimo, con cui il teatro tenta di liberare dalla storia ciò che ancora ci riguarda. Un gesto artistico, accaduto sabato 14 marzo al Teatro Nuovo Sipario Blu, nel terzo appuntamento della rassegna Il tuo volto come una profezia, promossa dalla Fondazione Francesco Ventorino insieme al Centro Culturale di Catania.

Teatro e testimonianza

Un gesto che Ritorneranno – spettacolo prodotto dal Teatro degli Scarrozzanti, regia di Andrea Carabelli, in scena con Matteo Bonanni – affonda nella campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Qui il volto, tema dell’intera rassegna, non è immagine da contemplare: è domanda che vive nel volto dell’altro, che chiede responsabilità. Volto che profetizza non il futuro, ma la verità dell’umano quando tutto sembra negarla. Volto che vive e lotta, fino a morire. Una morte che però non ha l’ultima parola, ma è un evento che scuote; e come un contrappunto che annulla le distanze, dal fronte russo arriva fino a risuonare ancora oggi sul palco nelle parole di don Carlo: «nella storia di questa valanga di uomini (…) tutti hanno dato fino all’estenuazione, fino all’eroismo. Tutti hanno compiuto veramente opera sovrumana. Dio fu con loro, ma quegli uomini furono degni di Dio».

Don Gnocchi e la tragedia della guerra

Sono fatti che risalgono al lontano 1942, quando il tenente Gnocchi chiede di partire come cappellano militare con la Divisione Alpina Tridentina, dopo aver seguito i ragazzi della Julia in Albania. La tragicità di quella guerra assurda è narrata nel mirabile Cristo con gli alpini: pagine dove affiorano pensieri di una profondità unica, capaci di interrogare anche la nostra vita apparentemente quieta. Una memoria di fatti dimenticati, che hanno accresciuto il valore dell’Italia e che vale la pena rievocare oggi, perché da quella coscienza nata nel gelo può venire luce per le nostre guerre quotidiane.
Così la storia, senza sconti, riaccade sul palco tramite una scenografia essenziale che fa del bianco il colore predominante: fondale, quinte, una panca-altare sospesa al centro della luce come un sacrificio che continua. Andrea Maria Carabelli è il narratore che raccoglie le parole di don Carlo e dei testimoni, come una resa dei conti con ciò che la memoria non può tradire. Matteo Bonanni è il soldato evocato: tutti i soldati che Gnocchi vide soffrire e morire davanti ai suoi occhi. Due presenze che non imitano, ma custodiscono. Due corpi che, sulla scena, fanno spazio – tra ombra e luce – a una moltitudine di storie che rivivono attraverso il racconto ritmato dai canti alpini, parte integrante della scena. Quei canti, a riascoltarli, non fanno da sottofondo musicale: sono il respiro stesso di quei giovani, la loro preghiera ostinata.

Le voci di Nikolajewka

Tra questi, Le voci di Nikolajewka: un canto senza testo, solo un nome ripetuto, Nikolajewka, come un richiamo che viene da lontano. È il 26 gennaio 1943: trenta gradi sottozero, giorni di ritirata, equipaggiamento inadeguato. Gli uomini della Tridentina, decimati dal gelo e dalle armi sovietiche, rompono l’accerchiamento brandendo i moschetti come clave, incitati dal generale Reverberi. Una vittoria disperata, pagata con migliaia di morti sulla neve. Quel nome, ripetuto nel canto, è un grido che attraversa il tempo.
E mentre risuona, non si può non pensare alle guerre di oggi, ai volti schiacciati sotto altre macerie. Perché non esistono guerre “giuste”: esistono uomini feriti, popoli devastati, comunità spezzate. È qui che la voce di don Carlo torna a farsi strada, come una profezia che non smette di bussare:
«volere o no, siamo tutti, quanti uomini siamo sulla terra, inquieti appassionati e non mai sazi cercatori della faccia di Dio».
Ritorneranno non offre facili consolazioni all’uomo contemporaneo. Offre il volto di un uomo, di un povero cristo e, attraverso di lui, di Cristo stesso, che emerge dal ghiaccio della storia e ci guarda nel presente senza stancarsi di interrogarci. Una voce che continua a chiamare dal fondo della storia. E ci ricorda che, anche oggi, dentro le nostre guerre, restiamo – volenti o nolenti – cercatori della faccia di Dio. Di quel volto che, in fondo alle macerie della storia, è il destino dell’uomo.
Profezia.

Un commento su “Ritorneranno: quando un volto attraversa la storia e diventa profezia

  1. Una rappresentazione “forte “ , toccante, che tiene il tuo corpo legato alla poltrona, lo sguardo fisso al palco, l’orecchio attentissimo per ascoltare solo due attori che con la loro voce, i loro gesti, ti attanagliano il cuore e la mente e ti portano a riflettere e a dire che la guerra è un obbrobrio, che ne siamo consapevoli ma che comunque l’uomo continua a perpetrare ma in quell’orrore, nel volto dell’altro possiamo ancora e sempre ritrovare il volto di Gesù.

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