Egregio Direttore,
in questi giorni alcuni articoli di un quotidiano nazionale hanno descritto i giovani che hanno partecipato al voto del referendum come una nuova speranza, attenti, informati, tutt’altro che disinteressati.
Questo modo di parlarne mi ha colpito, perché rivela qualcosa del nostro sguardo: spesso raccontiamo i giovani come una promessa, una sorpresa, una speranza — oppure, al contrario, come un problema. In entrambi i casi, però, rischiamo di non vederli davvero.
A volte il nostro bisogno di rinnovamento ci porta a dire che saranno loro a cambiare le cose, come se bastasse l’età per generare un cambiamento. Altre volte li idealizziamo, attribuendo loro automaticamente una superiorità morale, quasi deresponsabilizzandoci.
Nella mia esperienza quotidiana incontro giovani molto diversi tra loro: capaci di collaborazione, di ascolto, di fatica condivisa, ma anche attraversati da contraddizioni, come tutti. Non vedo una distanza netta tra generazioni: vedo un’umanità comune.
Mi torna alla mente una frase di San Carlo Acutis, il primo santo millennial: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie.”
Allora mi chiedo: cosa significa per me essere originale? Rispondo subito: non credo sia una questione di età, ma di rapporto vivo con la realtà.
Io non sono ciò che avrei voluto essere — un grande professore — ma questo confronto tra ciò che immaginavo e ciò che sono è diventato, sorprendentemente, un punto di originalità.
Ogni giorno, nel mio lavoro, è un po’ una battaglia per stimolare e far emergere i talenti di ognuno, e per spingerci a parlare tra noi e a lavorare insieme.
E qualcosa accade. Niente di eclatante, eppure vedo piccoli movimenti: persone che collaborano, che mi aiutano rendendo il lavoro più sostenibile, che si aprono al dialogo, che desiderano e trovano ascolto.
La fatica è condivisa, qualcuno è più disponibile a collaborare, qualcuno si avvicina, qualcuno si sente ascoltato, ad esempio alla pausa caffè. Non so se questo si possa chiamare cambiamento, ma è ciò che accade.
Sono segni discreti, che non impongono di essere visti, e proprio per questo mi aiutano ad accettare che la realtà è più discreta di come ce la aspettiamo, e che ciò che accade non coincide sempre con ciò che è evidente.
Ecco, forse è proprio questo il punto: non sono all’altezza, e in fondo è vero; non sono abbastanza umile, e in parte è vero; ma so di essere voluto e amato, ed è altrettanto vero. E questo mi permette di esserci dentro fino in fondo, senza irrigidirmi quando gli altri si irrigidiscono.
In una parola: sono presente e vivo.
Per questo direi ai giovani: non è l’età che vi rende originali, né le capacità o ciò che sapete fare — e questo non è un invito al disimpegno — ma il rapporto vivo con la realtà.
E in questo senso sento di poter parlare ai giovani non come qualcuno che è arrivato, ma come uno che ha fatto un tratto di strada insieme ad altri e che sta ancora camminando.

Foto: Covent Garden, Corpus Christi Catholic Church,
particolare della cappella dedicata a San Carlo Acutis