L’incontro promosso dal Centro Culturale di Catania all’Orto Botanico dell’Università di Catania: le testimonianze di Masao Tomonaga e Wakako Saito riportano al centro memoria, responsabilità e speranza.
Il primo giorno di primavera ha un modo tutto suo di parlare. Le piante sembrano trattenere un respiro, come se sapessero che ogni rinascita è fragile, eppure possibile. E l’Orto Botanico della città è un luogo che invita a pensare che anche l’inverno della guerra possa avere una fine.
È per questo che, nel pomeriggio di sabato 21 marzo, in occasione dell’evento culturale “La mia attività per la pace e l’amore per l’umanità”, le due aule dell’Orto Botanico dell’Università di Catania sono piene fino all’ultima sedia: non per un evento mondano, ma per un desiderio. Per il bisogno di ascoltare chi porta sulle spalle una memoria che può ancora cambiare il presente.
L’incontro, promosso dal Centro Culturale di Catania, si apre con l’intervento della presidente, professoressa Anna Sortino, che, annunciando l’assenza forzata del prof. Masao Tomonaga e la presenza del suo videomessaggio, ricorda a tutti la duplice attualità dell’evento: da un lato la guerra, che si presenta in maniera tragica e dilaga in una forma quasi inarrestabile; dall’altro le conseguenze ambientali e umane che essa porta con sé. Accanto a lei, la professoressa Wakako Saito, voce fedele del professore giapponese, pronta a guidare il pubblico dentro una storia che non è mai solo un racconto del passato.
I saluti istituzionali dell’Università di Catania tracciano subito il perimetro umano della serata.
La professoressa Margherita Ferrante, Delegata alla Terza Missione di Unict, richiama la responsabilità della memoria in un tempo in cui guerre, migrazioni e crisi climatiche si intrecciano come fili tesi. Le fa eco il professor Rosolino Cirrincione, direttore del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali, che fa riferimento alla “fatica della memoria”: un gesto mai neutro, ma un atto di giustizia. Una preoccupazione condivisa dal direttore dell’Orto Botanico, professor Gian Pietro Giusso del Galdo, che ricorda come le giornate mondiali – acqua, foreste, biodiversità – rischino di diventare un alibi se non si accompagnano a un’assunzione reale di responsabilità.
Le testimonianze di Masao Tomonaga e Wakako Saito
Poi la sala si fa silenzio. Un silenzio che lascia spazio alla voce di Masao Tomonaga, hibakusha – cioè sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki – medico, scienziato, vicepresidente dell’Independent Scientific Panel on the Effects of Nuclear War delle Nazioni Unite. Tomonaga racconta la casa distrutta, la madre che lo porta in salvo, la città bruciata. Racconta i giovani ammalati di leucemia che lo spingono a diventare medico. Racconta la matematica dell’orrore – onda d’urto, raggio termico, radiazioni – e la geografia del dolore che decide destini a seconda dei chilometri. Ma soprattutto racconta ciò che non passa: le ferite interiori, i flashback, la sete insaziabile dei corpi bruciati.
“La bomba atomica – dice – è un’arma profondamente disumana. Vi chiedo di continuare a essere un Paese che non possiede armi nucleari. Io desidero esprimere con forza la mia volontà di pace.”
A seguire, Wakako Saito, con voce grata, narra l’amicizia tra buddisti e cristiani che risale al 1987, quando, da giovane ricercatrice a Nagoya, invita in Giappone don Giussani per partecipare a una conferenza sull’Italia. Don Giussani, contro ogni sua previsione, risponde subito all’invito: «Vengo». Commossa, Saito ricorda ancora lo sguardo di Giussani e l’incontro con il maestro Shodo Habukawa del monastero buddista del Monte Koya. Da quel giorno, per lei, «erano parte del Mistero che ci abbraccia».
Le campane di Nagasaki
La stessa commozione accompagna il racconto della rinascita della campana della cattedrale di Urakami a Nagasaki, spezzata dall’esplosione e ricostruita ottant’anni dopo grazie all’amicizia tra un giapponese e un professore americano: un gesto che testimonia che la pace nasce sempre per dono, da qualcuno che tende la mano per primo. Dal perdono.
Un’esperienza di perdono che brilla nella storia della piccola Sadako, narrata da Wakako: la bambina di Hiroshima che piegava gru di carta per guarire dalla leucemia. Una preghiera che vive in migliaia di origami che ancora oggi arrivano da tutto il mondo. Un racconto che si concretizza anche nelle aule dell’Orto Botanico: circa diecimila gru di carta, inviate direttamente dal Parco della Pace di Hiroshima, vengono donate da Wakako ai partecipanti. Un filo sottile che lega Catania a un dolore lontano e a una speranza che non vuole tacere.
Wakako parla di perdono, di amore come pratica quotidiana, di pace che nasce “dentro di noi, nell’incontro con l’altro, nella diversità che ci fa capire chi siamo”.
Così, quando l’incontro si chiude, mentre la sera scende tra le piante dell’Orto Botanico e la città continua il suo rumore, chi esce porta tra le mani una gru di carta e negli occhi una domanda che non si può mettere a tacere: quale parte di pace dipende da me?
E forse, in quel piccolo origami, c’è già un inizio di risposta: fragile, ma carica di gratitudine, come la vita che rinasce sempre grazie a un incontro. Per dono.