Sui social aveva scritto in modo esplicito la sua “soluzione finale”: “non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità, ne sono stanco, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata, le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute non divertenti e giustificare la violenza contro di me anche quando ero chiaramente la vittima”.

La vendetta dell’alunno tredicenne

Così il tredicenne che mercoledì 25 marzo, a Trescore Balneario, è entrato in classe con la scritta “vendetta” sulla T-shirt, e ha accoltellato Chiara Mocchi. L’insegnante è stata gravemente ferita all’addome e al collo, poi trasportata in elicottero in ospedale a Bergamo, è stata operata ed è in via di miglioramento.

Sono arrivate reazioni istituzionali: il Ministro Valditara ha chiamato in causa i social, “per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestirne le insidie.” Sarebbe auspicabile, infatti, che i ragazzini non siano lasciati nella solitudine delle loro camerette in compagnia dello smartphone, ma è piuttosto chiaro che non bastano i divieti.

L’appello dei docenti, primo fra tutti lo scrittore Enrico Galiano, è di non essere lasciati soli: ci vorrebbe in tutte le scuole la presenza stabile di equipe di psicologi e educatori, per affrontare in modo adeguato il disagio mentale degli adolescenti. Non si tratta solo di violenza: sono diffusi disturbi d’ansia, del comportamento alimentare, depressione, episodi di autolesionismo, ritiro sociale, dipendenze, alterazione del ritmo sonno-veglia, pensieri suicidari, già dalla secondaria di primo grado.

Chi lavora a scuola sa bene che i comportamenti a rischio sono anch’essi frutto di una generalizzata povertà educativa: genitori, anche sinceramente preoccupati, non intercettano il vuoto che divora ragazze e ragazzi e magari pensano di riempirlo con oggetti, impegni e consigli non richiesti. Niente di tutto questo basta. E i campanelli d’allarme suonano soprattutto a scuola, forse perché si tratta di uno dei pochi ambienti non virtuali in cui gli adolescenti sono costretti a fare i conti con gli altri, con le regole, con adulti al di fuori della cerchia familiare.

La mancanza di ascolto

C’è una regola che chi ha a che fare con gli adolescenti deve sempre tenere presente: dietro ogni comportamento c’è sempre un intento comunicativo. Come se dicessero, attraverso i gesti: “ehi, sono qui! Mi vedi?” Povertà educativa è anche mancanza di ascolto, di sincera curiosità sul loro vissuto, di desiderio di capirli.

Ora, il vuoto e la deprivazione educativa non giustificano certo l’uso della violenza, ma la rendono perlomeno leggibile. Anche agli occhi della stessa Chiara Mocchi che, in una lettera appassionata usa parole di perdono: “questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.”

La comunità educativa

Quello che funziona, infatti, è la rete della comunità educativa, il villaggio del famoso proverbio: scuola, famiglie, parrocchie, associazioni che collaborano fanno veramente la differenza. Perché quello di cui hanno bisogno i giovanissimi oggi come ieri è di essere visti, e il nostro compito è proprio non perderli di vista.

* Dirigente Scolastica IC “E. de Amicis” (Tremestieri Etneo)

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