Ci sono gesti che si ripetono ogni anno e non restano mai uguali. La Messa crismale è uno di questi. In cattedrale si consacrano gli oli, i presbiteri rinnovano le promesse, la Chiesa si prepara al Triduo. Tutto sembra già visto. Eppure basta ascoltare con attenzione per accorgersi che lì si gioca qualcosa di più essenziale: la credibilità della stessa Chiesa.

«Porteremo nelle nostre comunità gli oli santi per la santificazione del popolo di Dio», ha detto il vescovo, indicando senza enfasi ciò che accadrà nei giorni e nei mesi successivi: catecumeni, cresimandi, infermi, nuovi presbiteri. L’olio che segna passaggi decisivi, che accompagna la fragilità, che consacra.

Dentro questo gesto antico, l’omelia ha scelto una direzione precisa. Una domanda sulla qualità della fede. Il punto di partenza è stato il crisma, «l’olio che consacra i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri».

Il richiamo ai martiri è diventato criterio. Il vescovo ha parlato del martirio come di una liturgia, citando il racconto di Perpetua e Felicita: «Si diedero il bacio di pace per consumare il martirio secondo il rito della fede». Un gesto che richiama l’Eucaristia e che mostra una fede capace di attraversare fino in fondo la prova.

Da qui lo scarto. Se il crisma consacra anche i martiri, non può ridursi a un segno esterno. «È profuso affinché la nostra vita profumi di Cristo con la sua testimonianza». Il rischio, suggerito senza giri di parole, è che quel profumo resti chiuso nelle ampolle o si perda subito.

La domanda attraversa tutta l’omelia: che cosa è oggi la vita della Chiesa, nelle parrocchie, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, se non una testimonianza? È una fede che prende forma. «La testimonianza dei cristiani: questo è il cuore della cura delle anime».

Il riferimento al cammino sinodale si è inserito qui, senza slogan: «la qualità della nostra testimonianza cristiana» e la capacità di essere davvero «pietre vive» in relazione tra loro.

Per i presbiteri, il passaggio più diretto è stato quello della memoria: «Ricordate le vostre “quattro del pomeriggio”», il momento dell’incontro con Cristo. «Testimoni credibili della carità pastorale».

Poi il discorso si è allargato, senza cambiare tono. La testimonianza ha una dimensione spirituale, insieme morale e pubblica. Il vescovo ha parlato di compromessi, di interessi, di una fede che si riduce al privato. Ha indicato alcuni ambiti concreti: la vita dei piccoli e degli anziani, la famiglia, la trasparenza, il bene comune.

Più che un elenco, è emerso un criterio: ciò che indebolisce la credibilità della fede va riconosciuto.

La parte più incisiva è arrivata quando la riflessione si è confrontata con situazioni reali: il carcere, lo sfruttamento, la morte violenta. «Allora qualcosa è fallito nella nostra testimonianza cristiana». Qui l’immagine dell’olio è tornata, in forma rovesciata: «Il profumo del crisma si è sprigionato dalle ampolle d’argento, e non ancora dal nostro impegno comunitario».

È un passaggio che non concede alibi. La fede può restare corretta nei gesti e debole nella vita. Può passare dalla fronte alle mani senza tradursi in scelte.

Nel giorno in cui i presbiteri hanno rinnovato le promesse e la Chiesa si è preparata al Triduo, la Messa crismale ha assunto così un carattere preciso: celebrazione di unità e insieme verifica.

Il vescovo ha indicato una richiesta essenziale: «Chiedere per la nostra Chiesa un supplemento di testimonianza».

E ha lasciato un’immagine finale aperta: diventare, anche senza il martirio, «pane pronto per essere offerto nell’Eucaristia, sacrificio vivente gradito a Dio».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *