Gentile Direttore,

oggi un caro amico mi ha inviato un “reel” — un breve video tratto dai social — che riassumeva Il pranzo di Babette, un film che avevamo visto insieme alcuni anni fa. È bastato quel video perché lui pensasse a me. E io a lui. Il mio amico ha un talento raro in cucina: le sue mani fanno cantare gli ingredienti, come Babette. Per questo, dopo i suoi pranzi — che gradivo molto — ero solito commentare con ironia: «Nu prrrr…», a metà tra lo sfottò e il memorabile.

Il film racconta di un piccolo villaggio norvegese, Berlevåg, dove vivono due sorelle, Martina (chiamata così in onore di Martin Lutero) e Filippa, dal nome di Filippo Melantone, discepolo di Lutero, cresciute nella rinuncia dal padre, un pastore protestante che aveva fondato la comunità locale. Da giovani avevano avuto entrambe la possibilità di una vita diversa: Martina aveva attirato l’attenzione di un giovane tenente — che un giorno sarebbe diventato il generale Löwenhielm —; e di Filippa si era innamorato Achille Papin, celebre cantante d’opera francese, che avrebbe voluto farne una grande artista. Ma le sorelle rinunciarono, fedeli all’educazione ricevuta.

Molti anni dopo, alla loro porta arriva Babette, fuggita dalla guerra civile in Francia, con una lettera di raccomandazione firmata proprio da Papin. Le sorelle la accolgono, e Babette lavora come domestica nella loro casa per diversi anni, finché riceve una lettera dalla lotteria di Parigi che le annuncia la vincita di diecimila franchi. Tutti pensano che con quei soldi tornerà in Francia. Invece Babette decide di spendere tutto per preparare un pranzo in onore del centenario del pastore, padre di Martina e Filippa, in cui dà il meglio di sé: brodo di tartaruga, cailles en sarcophage, innaffiate da Clos de Vougeot — un’annata scelta con cura.

Più che dall’abbondanza, i commensali sono sorpresi dalla bontà e dalla bellezza di quel pranzo. Così, con molta naturalezza, cambia il modo in cui si guardano tra loro. In una parola, la grazia passa attraverso quel pranzo e semplifica lo sguardo degli invitati. I volti si distendono, le vecchie ruggini si sciolgono, e gli invitati si ritrovano capaci di perdonarsi e di parlarsi di nuovo.

Ed ecco che il generale Löwenhielm, come se gli si aprissero gli occhi, si alza e fa un brindisi davanti agli invitati, commosso: «Misericordia e verità si sono incontrate… Rettitudine e felicità si sono baciate.»

E aggiunge: «Noi tremiamo prima di scegliere la nostra strada nella vita, e dopo averla scelta tremiamo nuovamente nel timore di aver scelto quella sbagliata. Ma viene il giorno in cui i nostri occhi si aprono e capiamo che la grazia è infinita. La grazia, amici miei, ci chiede soltanto di aspettarla con fiducia e di accoglierla con riconoscenza. La grazia, fratelli, non pone condizioni e non preferisce uno di noi piuttosto d’un altro: ci stringe tutti al suo petto e proclama un’amnistia generale.»

Il reel che mi ha mandato il mio amico è stata la mia sorpresa di Pasqua.