Caro Direttore,
ho visitato da poco la basilica di Santa Maria Maddalena a Vézelay, in Borgogna. È un luogo che colpisce in molti modi. Nei giorni successivi alla visita ho ripensato a ciò che avevo visto e vissuto. Un fatto, in particolare, mi ha ferito: proprio lì san Bernardo predicò la Seconda Crociata.
Quando san Bernardo, assieme ai suoi fratelli, si fermò in quei luoghi selvaggi, li trasformò profondamente, tanto da chiamarli “Chiaravalle”, colpito dalla luce che vi trovò. È sorprendente pensare che l’uomo che portò vita e ordine in una terra inospitale sia lo stesso che predicò con fervore la partecipazione alla crociata.
San Bernardo, grandezza e limite
Questa convivenza tra grandezza e limite mi ha spiazzato. Da una parte un uomo di statura spirituale straordinaria, dall’altra errori che oggi ci appaiono enormi. Ho capito che ciò che mi feriva era proprio questo: in quella frattura vedevo riflessa la mia.
Don Luigi Giussani ha insegnato che la grandezza dell’uomo non sta nella sua coerenza, ma nel suo desiderio. Guardando Bernardo ho riconosciuto che un desiderio immenso può convivere con limiti altrettanto grandi.
I capitelli di Vézelay — popolati da mostri, violenze, vizi e santi — mostrano un mondo affascinante che non addolcisce nulla, una cultura che espone il male senza attenuarlo. Nel XII secolo la paura era ovunque: nell’Islam percepito come minaccia, nella fragilità di Bisanzio, nel pericolo che incombeva sui cristiani d’Oriente. In quel contesto la guerra sembrava una difesa del bene comune, e Bernardo non mise in discussione queste categorie. La santità non cambia in un istante le idee del proprio tempo né gli istinti che le accompagnano.
La compagnia cambia il cuore
Allora mi sono chiesto che cosa cambi davvero quando uno incontra Cristo. Cambia il cuore perché non è più solo, ma il resto non si trasforma all’istante. La compagnia cambia il cuore, ma non cambia la storia in un colpo.
Alla fine della sua vita, dopo il fallimento della crociata, Bernardo scelse il silenzio. L’uomo che aveva parlato per tutta la vita ora tace: non si difende, non fugge, rimane. Resta un uomo davanti a Dio, nudo, vero, senza maschere.
Ed è proprio questa crepa che me lo rende vicino.
Anch’io, nel corso delle mie giornate, mi scopro fragile, povero nell’amore, incapace di essere ciò che desidero. Questo mi scandalizza. E qui nasce la domanda che mi morde: che cosa mi chiede questa ferita?
Perché, se vedo la mia crepa e non cambia nulla, a cosa serve averla vista? A cosa serve accorgermi dei miei limiti? Che cosa rischio se resto fermo? Rischio di restare spettatore della mia vita.
Il dramma non è essere mancanti, ma sottrarsi al significato della mancanza: è la possibilità di essere soli.
Per questo mi domando: chi mi sostiene nel punto in cui non riesco ad amare? Chi mi impedisce di richiudermi nella misura che mi umilia?
Guardando la vita di Bernardo, vedo che è possibile non fuggire nemmeno dentro il fallimento. Lo invoco non come uno che ha compiuto il passo finale dell’amore, ma come uno che, davanti alla sproporzione e al fallimento, non ha abbandonato il rapporto con Cristo. Non gli chiedo di togliere la crepa, ma di insegnarmi a restare in relazione proprio lì dove tendo a scappare, a lasciarmi raggiungere nel punto che mi fa paura.