La presenza in Medio Oriente di Pro Terra Sancta: mani che ricostruiscono, custodiscono e restano per essere sale e luce della terra.
In Medio Oriente, dove anche le pietre parlano e il vento porta nomi antichi, c’è una presenza che lavora come chi, in mezzo all’inferno, cerca ciò che inferno non è. E lo custodisce. E gli dà spazio.
Da oltre vent’anni Pro Terra Sancta opera nei luoghi all’origine della fede cristiana, là dove i frati francescani della Custodia di Terra Santa vivono come sentinelle della memoria. E della speranza. È presente in otto Paesi del Mediterraneo orientale, crocevia di popoli, fedi, memorie.
E l’opera è duplice: conservare la bellezza fragile dei luoghi – santuari, siti archeologici, biblioteche, antichi mosaici – e sostenere le comunità locali, spesso ferite da guerre, povertà, migrazioni. Perché non esistono luoghi senza volti, né memoria senza mani che la tramandino. Basta scorrere la pagina social di Pro Terra Sancta per vedere quanto bene fiorisce in questo pezzo di mondo che oggi soffre particolarmente il male della guerra.
Pro Terra Sancta è un network, una rete viva: associazioni, parrocchie, istituzioni, volontari, benefattori. Ognuno porta un frammento di bene, e la rete lo moltiplica. È un modo nuovo di amare la Terra Santa: non da spettatori, ma da partecipi. Da custodi.
E c’è un documento recente che dice bene l’origine di questa presenza. La Lettera del 25 aprile del Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa risponde alla domanda: «Come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto?». Non come fuggire, ma come abitare.
Abitare deriva da habère: continuare ad avere. Avere consuetudine con un luogo, restarvi, non disertare. Ed è in questo permanere la ricchezza di Pro Terra Sancta.
Re‑stare, appunto. È ciò che Pro Terra Sancta fa ogni giorno: rispondendo alle emergenze umanitarie, distribuendo cibo, medicine, riparo; nei quartieri antichi di Gerusalemme, Betlemme, Aleppo, dove restaura case e restituisce dignità; nelle scuole e nei centri educativi, dove cristiani e musulmani crescono insieme; nei progetti culturali che salvano archivi, manoscritti, tradizioni, proteggendo la memoria, la bellezza e l’identità dei luoghi.
Sono già quelle “foglie che guariscono le nazioni” di cui parla l’Apocalisse. Gesti minimi ma decisivi, perché aiutano a non cedere alla tentazione – così frequente in questi tempi – di leggere il Medio Oriente solo come un teatro di rovine. Perché, come ricorda Pizzaballa, «siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce dove siamo».
E proprio per affidare il miracolo della presenza di questa opera quotidiana, una piccola rappresentanza di Pro Terra Sancta ha incontrato Papa Leone XIV all’udienza di mercoledì 6 maggio, affidando al Santo Padre ogni operatore che quotidianamente sfida la paura per aiutare il prossimo e consegnando le sofferenze e le speranze di chi accompagna ogni giorno sul campo. Un incontro carico di gratitudine verso il Santo Padre che, con la sua testimonianza e le sue parole coraggiose – oggi bersaglio di obiezioni e attacchi – ricorda a tutto il mondo cosa significhi davvero contribuire al dono prezioso della pace.
Così, mentre la storia sembra franare, Pro Terra Sancta continua a tessere rapporti costruttivi. A cercare ciò che non è inferno. A farlo durare. E a ricordarci che il dono della pace non nasce da una strategia basata sulle mappe, ma da mani silenziose che ricostruiscono. E da chi sceglie di restare. Da chi, ogni giorno, tra macerie e volti, ci mostra che ciò che non è inferno c’è. E merita spazio. E sostegno.