La cronaca – lo dice la sua radice greca, chronos – è il racconto del tempo che scorre. Ma oggi sembra scorrere solo a colpi di guerra, in un bollettino di missili, confini che saltano, poteri che si misurano. La pace, invece, sembra non fare più notizia. Non ha breaking news, non ha mappe aggiornate ogni ora. Eppure,accade. Anche – soprattutto – dove nessuno la guarda.
Per questo l’incontro del Festival Biblico “Cronache di pace. Voci dal Medio Oriente”, ospitato il 9 maggio nell’Auditorium dell’Istituto Ventorino e promosso dal Centro Culturale di Catania assieme alla Fondazione Francesco Ventorino, in collaborazione con la Libreria San Paolo e il Centro Culturale San Paolo, ha avuto il coraggio di dare spazio a storie che, pur attraversate dal fuoco, non rispondono con il fuoco.
L’incontro si è aperto con una poesia di Refaat Alareer, ucciso a Gaza nel 2023: «Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia… così che un bambino, da qualche parte a Gaza, veda l’aquilone e pensi, per un momento, che lassù ci sia un angelo che riporta l’amore».
La pace non è un’idea astratta, ma inizia riconoscendo il dono che vive in un volto, dentro una storia che qualcuno deve raccontare.

Da Gerusalemme alla Siria

A raccontare quei volti sono stati Andrea Avveduto, giornalista e responsabile della comunicazione di Pro Terra Sancta, e Jean François Thiry, che vive da anni dentro le ferite e le rinascite quotidiane di Aleppo. Due uomini che abitano e custodiscono – chi stabilmente, chi tornando senza stancarsi – quei luoghi del Medio Oriente dove la storia brucia. Presenze che non osservano soltanto il dolore, ma lo attraversano, lo condividono, e così ne custodiscono la luce che resiste.

Avveduto: il limite è carne ferita

Avveduto – autore del libro Un maestro per Samir (Libreria Editrice Vaticana) – ha ricordato che il limite, in quei luoghi, non è un concetto astratto: è carne ferita. Ed è lì che accade l’impossibile. «C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce». Avveduto cita Cohen e racconta di un frate che, davanti a un tribunale della sharia, offre il proprio corpo per salvare un anziano condannato a morte. «Non possiamo rispondere con la morte a un gesto di bene», dissero i giudici, liberando entrambi. Quello che non ti aspetti accade. E spiazza. È così che la pace entra nella storia: non come strategia, ma come ferita che diventa dono.
Avveduto ha poi offerto un giudizio netto sulla storia recente: il Medio Oriente come lo conosciamo è un’invenzione occidentale, confini arbitrari che hanno generato risentimento e che oggi, dopo il 7 ottobre 2023, tornano a tremare. Viviamo dentro una miopia politica che continua a cercare sicurezza solo con la forza, producendo altra insicurezza. Ma nessun Iron Dome può bastare se manca la fiducia.

La pace fragile in Siria

Thiry, collegato da Aleppo, ha parlato di una Siria sospesa in «un momento di relativa pace ma con grandi paure», dove però ogni giorno nascono incontri che cambiano il cuore. «Vediamo una cosa bella e la sosteniamo», ha detto. È il metodo dell’incontro: il metodo della pace che accade attraverso fatti umani. È una donna di Gaza che ritrova suo figlio vivo tra le macerie perché qualcuno, sconosciuto, se ne è preso cura. È un ragazzo palestinese che lanciava pietre e che oggi, tenendo in mano altre pietre, restaura mosaici antichi e scopre che custodire la bellezza è la vera rivoluzione. Perché custodire la bellezza significa custodire l’umano che vive in ogni persona, anche dentro identità diverse. Un lavoro silenzioso che Pro Terra Sancta compie ogni giorno unendo ricerca, memoria e dialogo tra culture e religioni. E si rivela un gesto concreto di pace che permette a chi è ferito di non smettere di credere che l’altro non sia un nemico.
Come ci ricorda instancabilmente il Papa, la pace è un dono da chiedere senza sosta, ma anche un compito che inizia ad accadere attraverso le mani di quel ragazzo palestinese che tiene tra le dita una tessera minuscola, un frammento di quel grande mosaico di pace che il cuore dell’uomo attende.