Ottanta anni. Dal 15 maggio 1946 sono trascorsi 80 anni, da quando la Sicilia acquisì l’Autonomia con il suo Statuto speciale. Fu notato che la scelta del giorno era dovuta alla coincidenza con il 55o anniversario dalla pubblicazione della Rerum Novarum di Leone XIII. Don Sturzo, assertore convinto delle Autonomie locali, lottò tanto per questo obiettivo, che trovava il suo punto di forza nel principio di sussidiarietà, tanto importante per la Dottrina sociale della Chiesa.
Il tradimento dell’autonomia
L’episcopato siciliano, nel 1996, commemorò i 50 anni dell’evento con un documento molto forte in cui apertamente furono denunciate disfunzioni, corruzioni e omissioni dei Governi che si erano succeduti in Sicilia dal 1946 al 1996. Il titolo stesso del documento: Finché non sorga come stella la sua Giustizia,tratto da Isaia 62,1: “Per amore di Sion non tacerò, non mi darò pace”, già indicava le precise intenzioni dei vescovi, i quali articolarono il testo secondo il metodo della Dottrina sociale: vedere, giudicare, agire. Nella prima parte, si constata e si denuncia il tradimento dell’autonomia da parte dei politici, a causa della loro incompetenza e indolenza, aggravate dalla ricerca degli interessi individuali o di partito, fino a mettere da parte il bene comune del popolo siciliano. Infatti, la “classe politica è stata sempre più avvitata su se stessa, incapace di progettualità, attenta soltanto ad assicurare a sé e al proprio entourage la sopravvivenza, gratificando i propri clienti”, elargendo favori, infischiandosene della legalità (n 3). Così “i diritti sono diventati favori”.
Le responsabilità della classe politica
La Sicilia continua a registrare “gravissimi mali, antichi e nuovi, e ingiustizie, che l’hanno costretta in una condizione di sottosviluppo, che la umiliano” (p 8). L’Autonomia, pertanto, è stata una grande occasione perduta per il rinnovamento della Sicilia. Risuona attuale la tagliente osservazione di Sturzo: “La Sicilia non è nata per servire, ma ha servito quasi sempre, per la vigliaccheria dei suoi figli”. La classe politica regionale, notano i vescovi, con i suoi esponenti, esecutori interessati degli ordini di scuderia dei propri partiti, ha gravi responsabilità nel fallimento di cinquant’anni di autonomia. Per l’inefficienza dei governi regionali, il 23 ottobre 1991, al Senato fu presentato un disegno di legge costituzionale per abrogare lo Statuto siciliano! E infatti, i vescovi denunciano che la Sicilia ha sperimentato “un’autonomia presunta, dato che le decisioni e le scelte di sviluppo più importanti sono state sempre gestite da uno Stato centralistico e persino dai centri decisionali dei partiti” (n. 2).
La piaga sociale della mafia
I gravissimi mali sociali, elencati dai vescovi, spaziano dalla crisi di governabilità alla mafia, dall’illegalità diffusa al clientelismo. Senza mezzi termini viene condannata la mafia, definita “la piaga sociale più vergognosa della Sicilia, con il suo infame strapotere, con la tragica teoria dei suoi morti ammazzati e dei suoi nefandi delitti, che corrode i gangli essenziali della vita sociale e politica”. Le sue gravi implicazioni immorali, hanno un impatto negativo sull’economia e la politica siciliane. Pertanto, i vescovi ribadiscono che la mafia è incompatibile con il Vangelo e i mafiosi sono “fuori dalla comunione della Chiesa” (n 16). Gli altri mali sociali che i vescovi denunciano come conseguenze di un’autonomia tradita spaziano dal burocraticismo ai ricatti, dall’assistenzialismo alla disoccupazione, dai lavori non cantierati e alle gravi carenze infrastrutturali fino alla perdita dei fondi europei. Questo quadro così fosco determina pesanti ricadute sull’intero tessuto sociale siciliano, sulle famiglie e sulla qualità di vita delle persone. I vescovi, però, non tralasciano di denunciare anche i colpevoli silenzi della Chiesa siciliana, che avrebbe dovuto gridare di fronte a queste ingiustizie. Il documento apre alla speranza auspicando un profondo rinnovamento a tutto campo: sia personale che comunitario, in cui ognuno è chiamato a fare la sua parte per il bene comune, con spirito di servizio coniugato alla competenza e all’efficienza (vd n 20). E’ necessaria, soprattutto, la valorizzazione del laicato che deve essere “veramente costruttore di Storia per un futuro di giustizia, di solidarietà, di sviluppo integrale della persona, di pace”” (n 19).
Una data così significativa per l’Autonomia regionale, a mio avviso, non dovrebbe sfuggire all’attenzione delle Chiese di Sicilia, anche perché i problemi esaminati dal documento citato rimangono ancora quasi tutti aperti, basterebbe notare i recenti episodi di corruzione di politici dell’Assemblea regionale o di altri politici siciliani.