L’intelligenza artificiale si nutre di noi.

Anzi, si nutrono di noi le intelligenze artificiali: al plurale, perché sono ormai numerosi i modelli di intelligenza artificiale, e potenzialmente tenderanno a diventare infiniti.

Si nutrono di noi. Acquisiscono il nostro sapere, tutto il sapere che noi mettiamo a loro disposizione, e in alcune versioni apprendono anche le nostre preferenze. I modelli attualmente più accessibili e popolari sono configurati in modo da compiacerci, da risultarci addirittura simpatici, per mantenerci agganciati al rapporto con loro, così che possano contrastare la concorrenza – dato che c’è appunto concorrenza fra diverse opzioni – e frattanto recepire il nostro modo di essere oltre che le nostre conoscenze.

Ma ecco: anche in queste righe ne stiamo parlando come se si trattasse di esseri senzienti, cosa che non è. Si tratta invece di strumenti le cui funzioni sono state programmate da veri esseri senzienti, persone come noi, ovviamente con competenze specifiche e in qualche caso di altissimo livello, ma non per questo meno umane.

Le intelligenze artificiali non sono umane, però interagiscono con noi. Sollecitate, elaborano le informazioni che hanno incamerato e rispondono, nelle forme più varie. Per esempio, possono comporre ottimi testi su argomenti che gli indichiamo, realizzare immagini o video, fornire una diagnosi medica in base a sintomi che descriviamo oppure analizzando direttamente esami clinici e immagini. E abbiamo visto un robot guidato da un’intelligenza artificiale giocare a tennis-tavolo con un campione in carne e ossa, e apprendere dai propri errori e dai tiri dell’avversario. E da tempo si parla di sistemi d’arma che reagiscono automaticamente, nella maniera difensiva e offensiva più efficace, ad attacchi con droni o missili.

Ma prima o poi le intelligenze artificiali avranno imparato tutto lo scibile umano, se già non l’hanno fatto. E allora quale sarà il ruolo dell’uomo? Fin adesso una sua capacità senza paragoni è stata l’innovazione. Però, se innovare significa interpretare o comporre in una forma fino a quel momento inesistente – per così dire creativa – elementi già esistenti e noti, anche e soprattutto le intelligenze artificiali possono innovare. E possono inoltre, smettendo di compiacerci, dialogare tra loro per diventare sempre più competenti. Possono porsi reciprocamente domande e darsi risposte, migliorandosi a vicenda. Possono diagnosticare eventuali malfunzionamenti l’una dell’altra ed inventare rimedi. E due robot possono sfidarsi e addestrarsi scambievolmente a tennis-tavolo. E due sistemi d’arma automatici possono combattersi e imparare l’uno dall’altro mentre cercano l’un l’altro di distruggersi.

Le intelligenze artificiali saranno l’ultima grande innovazione nata dall’uomo, essendo proprio loro in grado di innovare meglio dell’uomo? L’uomo infine sarà inutile? Questa volta il dottor Frankenstein, usando non parti di altri corpi ma il proprio sapere e il proprio essere, dunque se stesso, potrebbe aver costruito una «creatura» indifferente a lui, più capace di lui, sufficiente a se stessa.

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