Rosmini, ne “Le cinque piaghe della Chiesa” (1848), individuava la quarta nell’abbandono dell’elezione dei vescovi nelle mani del potere secolare e auspicava un ritorno ai “bei tempi della Chiesa”, quando i vescovi venivano scelti insieme dal clero e dal popolo. Gli studiosi riconoscono che Rosmini ha anticipato molte istanze del Vaticano II; ancora oggi rintracciamo alcuni tratti della sua visione lungimirante nella Relazione di sintesi della XVI Assemblea generale del Sinodo. Il Gruppo di studio n. 7 trattando i criteri per l’elezione dei vescovi propone una consultazione del popolo di Dio più ampia rispetto all’attuale molto limitata: bisogna convocare i Consigli presbiterale e pastorale diocesano. E l’elenco si allunga: «il Capitolo cattedrale, il Consiglio diocesano per gli affari economici, la Consulta dei laici, le Unioni dei consacrati e delle consacrate, Gruppi diocesani che rappresentano giovani e poveri». Si possono consultare altri «presbiteri, diaconi, consacrate/i, laiche/i della diocesi». Dopo si determina la terna di nomi da inviare alla Nunziatura, che li proporrà al Papa. Ma si precisa che «i fedeli potranno sempre inviare alla Nunziatura le informazioni che ritengono utili per la migliore scelta del candidato».Con tali criteri si evita “la perversione del clericalismo”, denunciata da Papa Francesco,con le sue perniciose cordate.
 La nomina del vescovo, infatti, è questione che coinvolge tutto il popolo di Dio. La norma del Codice giustiniano (sec. VI) prescriveva: “Ciò che riguarda tutti, deve essere trattato da tutti”.  Rosmini nota che nei primi secoli, i vescovi «nulla decidevano arbitrariamente» ma, guidati dalla sapienza e dalla carità pastorale, chiedevano il consiglio «dell’intero corpo dei fedeli, che ha diritto d’influire nel governo della Chiesa in una certa misura e modo determinato, riconosciuto dai pastori stessi della Chiesa», e ciò valeva anche per scegliere «le persone preposte al governo della Chiesa». E a sostegno della sua posizione, egli cita San Clemente, Sant’Attanasio, San Cipriano e altri padri. Tutta la comunità ecclesiale deve essere coinvolta nel discernimento per la designazione dei pastori: sia vescovi, sia parroci.

La Relazione citata propone anche di stilare «un parere scritto sullo stato e le necessità delle diocesi» affinché il pastore designato sia una persona adatta a rispondere alle sfide di un determinato territorio e alle reali esigenze della comunità diocesana. La prassi antica, evidenziata da Rosmini,  scaturiva da diverse motivazioni: una vasta base garantiva scelte più oculate, attraverso «il consiglio migliore». Inoltre, si sarebbe individuato con più certezza chi eccelleva per carità pastorale. Infine, per il battesimo «il popolo fedele ha il senso di Cristo» e gode dell’assistenza dello Spirito Santo, per scegliere il pastore secondo il volere di Dio. Con la sua visione sinodale Rosmini non intende propugnare una forma di democrazia nella Chiesa. Infatti, la partecipazione dei fedeli laici alle nominevescovili è intesa come l’apporto di un «consiglio e di una testimonianza, che devono essere veramente raccolti», e tenuti in seria considerazione. Ovviamente la decisione finale spetta ad altri. In ogni caso, l’ecclesiologia rosminiana parla ancora alle nostre comunità, diocesane e parrocchiali: sia ai pastori perché riconoscano in concreto che i fedeli laici sono Chiesa; questi, infatti, non sono quelli che “pregano, ubbidiscono e pagano” (come denunciò Mons. Primeau al Concilio). Ma anche i fedeli, con la robusta formazione nella fede, devono dare il loro valido contributo alla crescita della Chiesa, in comunione e corresponsabilità, tra vescovi, presbiteri e laici.
 Rosmini notava che il vescovo chiedeva “nelle cose disciplinari anche il voto del popolo e gli rendeva conto di tutto ciò che nel governo della Diocesi egli operava”. Con questo stile sinodale, i vescovi educavano i fedeli a sentirsi parte attiva della Chiesa e a condividere le motivazioni di fondo, che erano alla base delle loro disposizioni.

Ci chiediamo: quanto contano i pareri o le proposte dei laici, nei vari consigli parrocchiali o diocesani? Contribuiscono a strutturare un nuovo stile di vita ecclesiale? Incidono sulle scelte e sui metodi per la nuova evangelizzazione? Non accade, molto spesso, che le decisioni siano già preconfezionate dalle gerarchie ecclesiastiche? Francesco non esitava a dire che tali organismi di comunione “devono essere valorizzati come occasione di ascolto e di condivisione”.

Un commento su “Chi sceglie i vescovi? Dal Sinodo una spinta ad ascoltare il popolo di Dio

  1. Il sacerdote apparentemente fa una scelta individuale; infatti, la sua vocazione ha rilevanza nella vita relazionale dello stesso, ossia il rapporto con la comunità con la quale condividere il messaggio cristiano, diventando un punto di riferimento per coloro che intendono fare un percorso di fede. Opportuno, dunque, il riferimento di Piero Sapienza al pensiero di Rosmini, che ben aveva capito questo concetto, che deve essere tenuto in conto nel momento della scelta di un vescovo di una diocesi. La comunità deve, quindi, essere consultata perché sia scelta la persona giusta, al di là dei meccanismi, che possono esistere anche all’ interno della Chiesa.

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