Foto: Vatican Media/Agensir

Nel 1891 le catene di montaggio non erano state ancora introdotte nei processi produttivi industriali. Lo sarebbero state una ventina di anni dopo, con la realizzazione in serie delle prime auto Ford. Negli stabilimenti di Detroit i tempi di assemblaggio della Ford Modello T scesero drasticamente da 12 ore a circa 90 minuti, usando una strategia che comportava il passaggio dei singoli pezzi lungo un nastro trasportatore e un lavoro ripetitivo da parte di ciascun addetto alla catena di montaggio. Alla fine del 1800, tuttavia, i lavoratori a cui faceva riferimento la Rerum Novarum, promulgata da Leone XIII per l’appunto nel 1891, non erano soltanto i contadini o i minatori, ma già, e soprattutto, gli operai coinvolti nella crescente industrializzazione, nella percezione che quell’attività produttiva stava per cambiare radicalmente l’immagine stessa di lavoro e i suoi risvolti sulla persona umana.

La Rerum Novarum e Tempi moderni di Charlie Chaplin 

Alcuni decenni dopo, nel 1936, Charlie Chaplin, in Tempi moderni, ci mostrerà, in una versione laica, la spersonalizzazione dell’uomo impiegato in una catena di montaggio, ridotto anch’egli a ingranaggio del sistema. Due icone, la Rerum Novarum e Tempi moderni, che hanno mostrato le sfide delle “nuove questioni” emerse nella società del tempo, sollevando problemi universali che hanno resistito all’usura degli anni. E riproponendo in fondo la stessa questione: è possibile restare umani dentro il contesto nuovo creato dalle mutate condizioni di vita, di lavoro, di organizzazione della società?  E a quali condizioni?

Ma, forse prima ancora che chiedersi se sia possibile affrontare questa questione, dovremmo interrogarci sul reale desiderio di mantenere la nostra identità. E questo implica un’altra questione, ancora più radicale: quale sia la nostra identità umana, cosa ci caratterizza, cosa ci definisce. Perché non c’è dubbio che la questione sia radicalmente antropologica, così ai tempi della Rerum Novarum di fine ‘800 come al tempo odierno. Con in più – dopo oltre un secolo – la percezione che sembrano averci dato i progressi delle scienze e delle tecnologie, quella di essere in grado di definire la nostra origine e il nostro futuro, di pianificare i passi lungo il nostro percorso e di programmare, nell’oggi, il futuro che i nostri discendenti dovranno vivere.

In fase di sparizione, sempre più, l’immagine di un uomo che si concepisca, innanzitutto, per aver ricevuto il dono dell’esistenza. E che a partire da questa percezione di sé, non può che guardare in modo diverso ai suoi simili. “Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario – ribadisce infatti Leone XIV nella parte introduttiva della recente enciclica Magnifica Humanitas – (…) la sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede”.  

Solo riprendendo questa immagine originaria dell’uomo, possiamo affrontare le sfide che ci attendono senza venir meno alla nostra identità. Siamo fatti o ci creiamo da noi? È questa, in fondo, la domanda che attraversa la Magnifica Humanitas, pubblicata in un tempo in cui l’Intelligenza Artificiale non rappresenta più soltanto uno strumento tecnologico, ma una nuova forma di ambiente dentro cui l’uomo vive, comunica, lavora e perfino pensa sé stesso.

Progresso tecnologico e tutela della dignità umana

L’enciclica evita accuratamente sia gli entusiasmi ingenui sia le paure apocalittiche. Non c’è in Leone XIV la tentazione di demonizzare la tecnica, né quella di sacralizzarla. Piuttosto, emerge con chiarezza la necessità di ricollocare ogni innovazione dentro un orizzonte umano ed etico, per non separare il progresso tecnologico dalla tutela della dignità della persona umana.  L’Intelligenza Artificiale, infatti, appare oggi capace di svolgere attività che fino a pochi anni fa ritenevamo esclusivamente umane: scrivere testi, produrre immagini, formulare diagnosi, sostenere conversazioni, elaborare decisioni complesse. Tutto questo genera inevitabilmente fascinazione. Ma genera anche una domanda decisiva: se le macchine imitano sempre meglio alcune nostre capacità, cosa resta propriamente umano?

La risposta della Magnifica Humanitas non consiste in un elenco di competenze che le macchine non riusciranno mai ad acquisire. Leone XIV evita questa strada: sa bene quanto rapidamente la tecnica sia in grado di superare i limiti che noi immaginiamo. Il cuore dell’umano non viene identificato in una funzione, ma in una relazione. L’uomo resta umano non perché calcola meglio, memorizza di più o produce più velocemente, ma perché è capace di riconoscere l’altro come un bene e non come un mezzo.

Per questo l’enciclica insiste continuamente sul tema della vulnerabilità. Leone XIV richiama il rischio di ridurre l’uomo alla sola efficienza o produttività.  È un’affermazione apparentemente semplice, ma rivoluzionaria dentro una società che tende sempre più a valutare le persone in base all’efficienza, alla produttività, alla rapidità di risposta. In un mondo dominato dagli algoritmi, il rischio è che anche l’uomo finisca per percepirsi come un sistema da ottimizzare.

Ecco allora il paradosso del nostro tempo: mentre sviluppiamo strumenti sempre più sofisticati, rischiamo di impoverire la comprensione di ciò che siamo. Possiamo conoscere meglio i meccanismi cerebrali e contemporaneamente dimenticare il significato della coscienza; possiamo elaborare sistemi di comunicazione istantanea e smarrire la capacità di ascoltare davvero; possiamo moltiplicare le connessioni e sperimentare una solitudine sempre più profonda.

La questione antropologica evocata da Leone XIV non riguarda dunque soltanto la tecnologia, ma il modo in cui guardiamo noi stessi. Se l’uomo si concepisce esclusivamente come produttore di dati, consumatore di esperienze o somma di processi biologici, allora sarà inevitabile pensare che una macchina sufficientemente avanzata possa sostituirlo. Se invece l’uomo riconosce in sé una dignità originaria, irriducibile a ogni funzione, allora la tecnica tornerà ad essere ciò che dovrebbe: uno strumento al servizio della persona e non il criterio ultimo con cui misurarla.

Responsabilità etica e possibilità tecnica  

In questo senso la Magnifica Humanitas riprende e aggiorna la grande tradizione della Dottrina sociale della Chiesa. Come la Rerum Novarum aveva interrogato le trasformazioni prodotte dalla rivoluzione industriale, così oggi Leone XIV affronta le trasformazioni generate dalla rivoluzione digitale. Cambiano i contesti storici, ma resta identica la domanda fondamentale: quale idea di uomo stiamo costruendo?

Particolarmente significativa è poi l’attenzione riservata alle giovani generazioni. Leone XIV osserva come i ragazzi di oggi crescano immersi in ambienti digitali che tendono a sostituire progressivamente l’esperienza diretta della realtà. Il rischio non è semplicemente l’abuso degli strumenti tecnologici, ma l’atrofia di alcune dimensioni fondamentali dell’umano: il silenzio, l’attesa, la memoria, la contemplazione. “L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”, ci ricorda il Papa. Sono parole che toccano un nodo decisivo. L’Intelligenza Artificiale ci abitua a ottenere risposte immediate, ma l’esperienza umana autentica richiede spesso tempi lunghi, attraversamento del dubbio, maturazione interiore. Nessun algoritmo può sostituire il travaglio della coscienza, la responsabilità morale, la libertà di amare. Ed è forse proprio qui che si gioca la differenza più profonda tra l’uomo e la macchina.

La Magnifica Humanitas non propone quindi una fuga dalla modernità. Non invita a spegnere le tecnologie o a rimpiangere nostalgicamente il passato. Chiede piuttosto un supplemento di consapevolezza. Chiede che l’uomo non abdichi a sé stesso. Richiama con forza la responsabilità etica che deve accompagnare ogni possibilità tecnica.  È il richiamo antico e sempre nuovo alla responsabilità etica, oggi più urgente che mai.

Restare umani nel tempo dell’Intelligenza Artificiale significherà allora custodire ciò che non può essere automatizzato: la compassione, il perdono, la gratuità, la capacità di prendersi cura. Significherà difendere la profondità delle relazioni contro la superficialità delle connessioni. Significherà ricordare che la persona vale non per ciò che produce, ma per il semplice fatto di esistere. Ed è forse proprio questa la grande intuizione della Magnifica Humanitas: nel momento storico in cui l’uomo sembra diventare tecnicamente potentissimo, egli ha più che mai bisogno di riscoprire la propria fragilità come luogo di verità.

(Francesco Riggi è già ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Catania)

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