di Fausto Grimaldi
Si è concluso il viaggio del Papa in Spagna, a Tenerife, una terra al confine dell’Europa che si affaccia sull’Oceano: luogo di speranza per chi cerca rifugio e meta di riposo per chi desidera un clima mite tutto l’anno.
Una conclusione segnata anche da un cambio di programma a causa di un guasto all’aereo dell’Iberia. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Re Felipe ha messo a disposizione il suo Falcon e il Papa ha potuto partire risparmiandosi, questa volta, la tediosa conferenza stampa, ormai espressione di uno stile giornalistico mediocre, ideologizzato e per nulla discreto.
Nella solennità del Cuore di Gesù, proprio a Tenerife, il Papa ha esortato a guardare al Crocifisso, ad alzare lo sguardo verso di Lui e a contemplare il suo Cuore trafitto.
Alle Canarie, il Pontefice ha chiarito gli errori della retorica dell’accoglienza ideologica partendo dalla dottrina cattolica, che focalizza l’attenzione sulla dignità della persona, parlando del diritto a cercare rifugio, del diritto a non dover migrare, della responsabilità degli Stati e di un’integrazione reale. Così si è espresso: «La nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa creare mondi paralleli. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni».
In questo modo, il Papa libera il Magistero dalle letture politiche e di parte. Chiude il cerchio partendo da Cristo e arrivando a Lui. L’orizzonte di Leone è l’Eucaristia, la Croce, la dottrina sociale della Chiesa e l’uomo redento da Cristo.
Il tema dei migranti, finalmente, non viene più letto soltanto attraverso la lente miope della politica, ma la Chiesa, parlandone, lo libera da semplificazioni e riduzionismi che talvolta sfociano nella rabbia o nel rifiuto e, altre volte, si limitano a slogan sentimentali.
Attento al dramma interno alla società europea, il Papa ha dato una lettura realista dell’integrazione, guardando con verità e giustizia ai problemi della convivenza e della sicurezza. La lezione di Leone arriva a tutti – si spera – perché ha parlato dei migranti senza consegnarsi a una parte politica. Ci ha detto di più: la Chiesa è sempre attenta all’uomo ferito, perché il Vangelo ci impone di riconoscerlo; la Chiesa non dimentica le persone annegate in mare e denuncia i trafficanti di esseri umani; al contempo, la Chiesa è attenta anche al bene comune, al dovere dell’integrazione, alla necessità di una società ordinata, nella quale i cittadini siano tutelati e possano vivere con dignità nella propria casa, senza il timore che qualcuno li privi della libertà attraverso la prepotenza o la delinquenza.
In Spagna è emersa la nostalgia di una società secolarizzata. «Ci hai fatti per Te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». Leone ha rimesso al centro della nostra vita il Cuore di Gesù, infinitamente più grande delle inquietudini dell’uomo, delle paure politiche e delle ideologie che oggi, purtroppo, risuonano rumorosamente.
La secolarizzazione ci ferisce, ma la nostalgia di Dio rimane. Smarriti nelle divisioni culturali e nelle contraddizioni del nostro tempo, il Santo Padre ci ha donato una bussola bidirezionale: il Cuore di Cristo e la Chiesa. Dalla Spagna cattolica ma ferita ci giunge un monito: quando una civiltà – e l’uomo stesso – non alza più lo sguardo verso Cristo, si ripiega su se stessa, si fissa sulle proprie paure e finisce per consumarsi in esse, avviandosi lentamente all’autodistruzione.