Foto: Luca Artino
Gentile Direttore,
trovandomi all’estero, tra culture, popoli e storie differenti, mi chiedo sinceramente che cosa voglia dire san Paolo quando scrive ai cristiani delle prime comunità: «Siete membra gli uni degli altri». Nel nostro tempo, sommersi da notizie provenienti da luoghi mai visti, viene spontaneo domandarsi: come posso sentirmi vicino a persone così lontane?
Paolo, però, non parla come una persona particolarmente sensibile o generosa. Parla come uno che ha visto accadere un fatto. Le prime comunità cristiane erano composte da ebrei e pagani, schiavi e liberi, ricchi e poveri: persone che normalmente non vivevano insieme, non mangiavano insieme, non si chiamavano fratelli. Eppure nelle assemblee cristiane accadeva proprio questo.
Ciò che Cristo aveva generato non era semplicemente un insieme di individui accomunati da alcune convinzioni, ma una realtà nuova, un corpo vivo. Allora la domanda diventa un’altra: come posso riconoscere oggi che siamo membra gli uni degli altri?
Non anzitutto perché provo gli stessi sentimenti di chi vive dall’altra parte del mondo, ma perché riconosco che, in luoghi e storie diversissime, prende forma la stessa vita nuova.
Penso alle piccole comunità cristiane della Piana di Ninive, in Iraq, spesso dimenticate dall’Occidente. Non a caso Papa Francesco volle incontrarle durante il suo viaggio nel Paese. Appartengono a una delle più antiche tradizioni del cristianesimo e hanno attraversato persecuzioni, guerre e l’esodo provocato dall’ISIS. Non sono semplicemente una minoranza lontana da sostenere: sono una parte del nostro stesso corpo.
La loro storia testimonia che il cristianesimo può sopravvivere senza potere, senza protezioni e senza privilegi. La loro forza non è stata il dominio, ma la fedeltà a un’appartenenza.
Lo stesso sguardo mi permette di guardare anche la mia terra, la Sicilia. Non perché le due realtà siano paragonabili, ma perché l’appartenenza a un unico corpo mi aiuta a riconoscere i segni della stessa vita.
Figure come Pino Puglisi e Rosario Livatino mostrano che l’avvenimento cristiano continua a incidere nella vita concreta delle persone e delle comunità. Anche la dimensione popolare della fede, ancora così presente in Sicilia attraverso processioni, feste patronali e confraternite, pur con tutti i suoi limiti, ricorda che non siamo soltanto individui, ma un popolo.
E perfino le ferite profonde della nostra terra — povertà, emigrazione, mafia, marginalità — diventano luoghi in cui il Vangelo continua, sorprendentemente, a germogliare.
Così comprendo, almeno in parte, il mistero dell’appartenenza di cui parla san Paolo: ogni parte della Chiesa, ovunque si trovi, viene plasmata dallo stesso avvenimento e diventa un dono unico per tutto il corpo.
Per questo, essere membra gli uni degli altri significa partecipare della stessa vita di Cristo, che continua a manifestarsi in popoli, storie e volti diversi, ma sempre dentro l’unico corpo.