Caro Direttore,
in Francia il dibattito sull’eutanasia è entrato in una fase decisiva. Ma il problema non riguarda gli altri, mi riguarda. L’ Assemblée nationale ha approvato più volte la proposta di legge sull’«aide à mourir», mentre il Sénat l’ha respinta con altrettanta fermezza, accettando soltanto il rafforzamento delle cure palliative. Le due Camere non si incontrano, e la «Commission mixte paritaire» non ha trovato un accordo. Dal 22 giugno l’Assemblée esamina di nuovo il testo, con la possibilità di imporre la sua versione finale.
I sostenitori parlano di libertà. Gli oppositori temono che la fragilità estrema venga considerata non più come una realtà da accompagnare, ma come una condizione da interrompere.
La proposta Falorni riserva l’accesso all’aiuto a morire ad adulti con una malattia grave e incurabile e una “prognosi vitale impegnata”. Una formula che sembra precisa e invece apre interrogativi: quanto vicina deve essere la morte? Quanto spazio resta all’interpretazione?
Come viviamo la nostra fragilità?
Non è solo una questione giuridica. Al di là delle procedure, ciò che mi colpisce è la domanda che attraversa tutto: che cosa facciamo della nostra fragilità in quanto uomini? Che cosa me ne faccio della mia fragilità? Non è una questione banale.
Per secoli l’Occidente ha guardato il corpo con sospetto. In passato come un ostacolo dell’anima, un inutile peso o un servo pigro da disciplinare. Oggi il corpo è una macchina da ottimizzare, da mantenere efficiente, performante: fitness compulsivo, ossessione della salute, medicalizzazione di ogni disagio. In entrambi i casi esso non viene ascoltato. Viene gestito.
Mi sono tornate in mente alcune parole di Concita De Gregorio. A proposito del suo recente libro «La cura», dice: «Basta coi guerrieri. Il cancro non si batte, si cura».
Quel verbo «curare» mi ha colpito: la malattia mortale non è sempre un nemico da sconfiggere. A volte è una realtà da abitare insieme, da accompagnare.
Come sentire la verità di tutto questo? Mi aiuta il Quarto Concerto di Beethoven nell’interpretazione di Christian Ihle Hadland. Molti fanno di Beethoven un eroe ottocentesco che lotta contro la sorte avversa. Alcuni interpretano il pianoforte in questo concerto, il secondo movimento in particolare, come un eroe che deve imporsi sull’orchestra. Hadland no. Nella sua interpretazione il pianoforte rimane fragile, quasi esitante. Nel secondo movimento, in cui l’orchestra è aspra, il solista non risponde con la forza. Rimane mite. Rimane umano. Rimane vulnerabile.
Ed è proprio questa vulnerabilità che disarma l’orchestra. E il finale non è un trionfo della volontà, ma una liberazione. La fragilità non è sconfitta: è stata accolta. L’unità interna non nasce eliminando la parte fragile, né schiacciando quella dura. Le due parti si incontrano misteriosamente.
La vera alternativa non è tra vivere o morire bensì tra essere lasciati soli o avere compagnia
Ed è questo che mi interroga. La Francia discute di eutanasia. Io, nel mio piccolo, discuto ogni giorno con la mia stessa fragilità. Anch’io vivo ogni giorno una divisione interiore. Una parte di me è fragile, stanca, vulnerabile; un’altra è esigente, giudicante, impaziente. Vorrei essere uno, non diviso, ma non riesco. E alla lunga la lotta stanca. Per questo il modo in cui guardiamo il corpo mi riguarda, come un compagno vulnerabile, limitato, mortale, quasi come una condanna. Mi riguarda come la questione della mia vita. Eppure, occorre ammetterlo, è proprio questa vulnerabilità che rende possibile la tenerezza, la cura, la relazione nella mia vita. E nella vita di tanti.
E qui, mi sembra, emerge l’originalità del cristianesimo: Dio prende un corpo, vive, soffre, si stanca, muore. Le guarigioni dei Vangeli non sono mai una negazione della condizione umana, ma il miracolo di una relazione. Cristo non promette eterna giovinezza né immunità dalla malattia, ma di non lasciare l’uomo solo nella sua carne mortale, di essere con lui, sempre. La salvezza non consiste nel liberare l’anima dal corpo, né nel rendere il corpo perfetto. Consiste nel trasfigurare la fragilità dentro una relazione che non viene meno.
Per questo il dibattito francese mi riguarda: non perché debba prendere posizione su una legge straniera, ma perché mi costringe a domandarmi: quando una società incontra la fragilità estrema, quale strada sceglie? Accompagnare o interrompere la relazione di cura? Considerare la vulnerabilità un fallimento o riconoscerla come parte costitutiva dell’esperienza umana tout court?
Ed allora scopro che oggi, più dell’immortalità, cerco una compagnia che renda unita la mia vita, che mi accompagni sempre. Forse la vera alternativa non è tra vivere e morire, ma tra essere lasciati soli nella fragilità mortale o essere accompagnati sempre.