Leone XIV, con molta chiarezza, afferma: “La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa” (MH 86). Devo riconoscere che nei miei tanti anni di studio, di insegnamento e diffusione della Dottrina sociale non mi ero mai imbattuto in un richiamo così specifico sulla sua ricaduta nella stessa vita interna della Chiesa. Si è soliti pensare che gli insegnamenti della Dottrina sociale siano indirizzati solo alla comunità socio-politica e, invece, il Papa ci dice che la Chiesa stessa non può sottrarsi alle sue esigenze.  Magnifica humanitas, illustrando le varie problematiche le collega con i principi fondamentali della Dottrina sociale: il bene comune, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia. Lo stesso metodo Leone adopera analizzando il rapporto Chiesa e Dottrina sociale, avendo come riferimento anche il Documento finale del Sinodo dei Vescovi (26 ottobre 2024).

Sussidiarietà e stile sinodale

E allora, come si traduce in ambito ecclesiale il principio del bene comune? Leone afferma che esso “prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno perché la Chiesa è il soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione”. Le conseguenze pratiche esigono “attenzione al modo di prendere decisioni”, che quindi non possono essere preconfezionate dall’alto ma, al contrario, richiedono l’esercizio della responsabilità, che implica “la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione”. Si tratta di una condizione indispensabile “per la trasformazione missionaria” della comunità ecclesiale (vd MH n 86).  Il principio di sussidiarietà, a sua volta, applica il Vaticano II sul ruolo specifico dei laici nella missione della Chiesa (vd LG n 37). Perciò per Leone la sussidiarietà “diventa un criterio di governo e di vita pastorale”. Di conseguenza bisogna riconoscere e sostenere “la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica”. In concreto, gli “organismi di partecipazione siano reali, non nominali”, come spesso accade nelle comunità, affinché la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione siano effettive e non solo a parole (vd MH 87). Indicazioni precise, queste, che mettono in crisi certi modelli vigenti per cui il pastore, uomo solo al comando, decide e i laici devono obbedire ed eseguire.

Solidarietà e giustizia

La solidarietà, “per la comunità cristiana, trova la sua sorgente nel mistero di Cristo e si nutre dell’Eucaristia, che educa alla condivisione”. La conseguenza concreta è che si accettino “le diverse sensibilità presenti nella Chiesa”, considerate una ricchezza, per il bene di tutto  il corpo ecclesiale. E infine il Papa, senza mezzi termini, afferma che la giustizia per essere realizzata nella Chiesa richiede che siano “bonificate le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni”. E innanzitutto, Leone affronta una questione scottante che “è parte integrante di un cammino di giustizia”, ovvero “l’ascolto delle vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza”. Ma il Papa precisa che si deve andare oltre l’ascolto perché occorre anche “il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione”. Inoltre, Leone sottolinea che “ogni autorità è al servizio del popolo di Dio”. Ma questa diaconia si deve manifestare “anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini”, anche per sostenere “la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri”. E infine, il Papa raccomanda qualcosa di innovativo che farà storcere il muso a qualcuno, saldamente legato al suo ruolo: “promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione”. La Chiesa che esamina il suo agire alla luce della Dottrina sociale offre “alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità”. Rosmini denunciava: molti sacerdoti sono“ignari di ciò che è laicato cristiano”. Oggi, a 60 anni dal Concilio, se tra il clero qualcuno custodisce un modello di Chiesa piramidale, per cui il laico è un soggetto di rango inferiore, si dovrebbe mettere in discussione a confronto con le parole di Leone XIV: “Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella vita ecclesiale” (MH n 89)