Venerdì 26 giugno, presso la biblioteca dei padri domenicani di Catania, un folto pubblico ha fatto da cornice alla riflessione sulla Magnifica Humanitas, la prima Enciclica di Papa Leone XIV.

Di fronte allo sviluppo esponenziale dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie quantistiche, l’umanità si trova oggi davanti a un bivio epocale. La presentazione dell’Enciclica, curata da don Fausto Grimaldi (docente all’Angelicum e presidente della S.I.T.A. Sicilia orientale) e dal domenicano padre Vincenzo Nuara, ha tracciato una netta linea di demarcazione tra due visioni del futuro: l’autosufficienza della “Torre di Babele tecnocratica” e la condivisione della “Gerusalemme della responsabilità”.

Stiamo, infatti, assistendo a una transizione storica: dal consumo di energia fisica (petrolio ed elettricità) all’acquisto di “energia cognitiva”. Se l’intelligenza diventa un’utilità globale centralizzata in mani private, il rischio è quello di sostituire il valore ontologico della persona con il principio funzionale della massima efficienza, esasperando le disuguaglianze sociali.

Contro le prospettive transumaniste e postumaniste di un uomo interpretato come un “progetto incompiuto” da perfezionare e liberare attraverso la tecnologia, la teologia cristiana – radicata nell’umanità di Cristo – riafferma che il limite, la fragilità e la vulnerabilità non sono fallimenti biologici, ma custodi della nostra stessa dignità. Come avverte lucidamente il testo dell’Enciclica: «Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana» (Mh, 112).

Don Fausto Grimaldi: “Si rischia di sostituire il valore ontologico della persona con il principio funzionale della massima efficienza”

Citando l’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, don Fausto ha voluto sottolineare come la tecnica non sia affatto “neutra”: essa ha già modificato radicalmente l’antropologia umana, trasformando i nostri modi di pensare, amare, relazionarci e stare al mondo. Lo sviluppo della digitalizzazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale (IA) non costituisce una semplice evoluzione tecnica, ma rappresenta una svolta epocale che investe la sfera sociale, economica, politica e spirituale.

Tramite l’intelligenza artificiale, in particolare, la tecnica spinge verso un modello antropologico in cui l’individuo si illude di essere del tutto autonomo e slegato dai legami comunitari. Il vero pericolo evidenziato dall’Enciclica non risiede soltanto nel potenziale uso distorto o malevolo delle nuove tecnologie; il rischio più profondo è l’immersione totale in un paradigma tecnocratico potenziato dalla rivoluzione digitale. Questo sistema culturale e di pensiero è capace di condizionare la percezione collettiva a tal punto da far apparire normale, giusta e accettabile una visione intrinsecamente antiumana della realtà, in cui il progresso non è più orientato al bene comune ma all’autosufficienza di pochi.

In questo scenario, si rischia di sostituire il valore ontologico della persona con il principio funzionale della massima efficienza (Mh, 92), generando nuove disuguaglianze e forme di dipendenza. Di conseguenza, la domanda centrale che deve guidare il rapporto con la tecnologia non è di natura puramente etica (cosa sia lecito fare), ma anzitutto antropologica: quale idea di uomo vogliamo promuovere?

Don Vincenzo Nuara: “L’essere umano può essere pensato e compreso pienamente solo in Cristo”

Nella prospettiva cristiana, custodire l’umano significa rifiutare l’idea di un uomo astratto. A tal proposito, padre Vincenzo Nuara partendo dalla “proposta di Dartmouth” (A Proposal for the Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence) del 1955, ha sottolineato come il metro di misura dell’uomo sia l’umanità di Gesù: l’essere umano, infatti, può essere pensato e compreso pienamente solo in Cristo. È precisamente questa identità teologica e relazionale a tracciare il confine e la direzione per orientare lo sviluppo tecnologico verso la reale custodia della persona.

I due relatori hanno proposto l’Enciclica Magnifica Humanitas come uno strumento fondamentale di discernimento per identificare la soglia oltre la quale il progresso si trasforma in alienazione, evidenziando come la vera minaccia risieda nel tentativo di utilizzare la tecnologia per mascherare la fragilità, spostare i confini biologici e cancellare l’errore costitutivo della natura umana. Attraverso il parallelismo con la transizione dalla fotografia analogica a quella digitale – descritto nell’articolo di D. D’Elia su L’Osservatore Romano dal titolo “Ma le macchine non tremano” – è stata denunciata una vera e propria “psicopatologia della perfezione”, in cui l’ossessione per l’iper-ottimizzazione spinge l’individuo a correggere ogni imperfezione estetica ed emotiva, eliminando paradossalmente le prove reali e storiche della propria esistenza.

Sul piano strettamente ontologico, ha aggiunto padre Nuara, il testo pontificio stabilisce una netta asimmetria tra l’intelligenza artificiale e l’umanità, condensata nell’espressione fenomenologica secondo cui “le macchine non tremano”, essendo biologicamente e spiritualmente incapaci di sperimentare l’ansia, l’attesa del lutto o l’affettività. 

Richiamando infine la dottrina tomista, entrambi i relatori hanno ribadito l’irriducibilità dell’intelligere umano, inteso come atto unitario e incarnato di intelletto e ragione che appartiene esclusivamente all’uomo in quanto totalità unificata, privando così l’algoritmo di qualsiasi autonomia intenzionale o fine etico indipendente.

In conclusione, l’analisi di don Fausto e di padre Nuara mette in guardia contro il paradosso dell’immediatezza digitale, in cui l’accesso istantaneo a risposte prive di anima rischia di atrofizzare i processi intermedi della coscienza. Viene così svelato che la vera deriva antropologica non risiede nella paura della macchina in sé, ma nell’aspirazione dell’uomo a raggiungere soluzioni perfette e parole giuste senza più accettare il percorso fallibile, faticoso e asincrono dell’errore.

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