Domani a Lampedusa arriverà Leone XIV. Sono trascorsi tredici anni da quando papa Francesco scelse questo lembo di terra incastonato nel Mediterraneo per il suo primo viaggio apostolico, segnando profondamente la storia dell’isola. Per capire come la comunità si prepari ad accogliere il Pontefice abbiamo dialogato con don Carmelo Rizzo, da cinque anni parroco della parrocchia di San Gerlando.

Don Carmelo, lei vive l’isola ogni giorno. Com’è Lampedusa vista dall’interno della sua parrocchia?

«Vivere in un’isola è un’esperienza particolare. Essere il parroco qui da cinque anni mi permette di apprezzare la bellezza dei paesaggi e del mare, ma mi mette anche davanti a sfide costanti. La parrocchia di San Gerlando è molto impegnativa perché rappresenta l’unica realtà parrocchiale dell’isola. Con lo sviluppo del turismo, è diventata l’unico centro di aggregazione sociale rilevante, l’unico spazio disponibile per accogliere gruppi numerosi. In questo contesto, la collaborazione tra le istituzioni è fondamentale: siamo un’unica realtà di fatto. Non c’è una vera distinzione tra chi frequenta assiduamente la chiesa e chi no, poiché la stragrande maggioranza della comunità è cattolica; per questo il dialogo con le istituzioni è sempre molto bello e proficuo».

Il fenomeno migratorio è ciò che ha reso Lampedusa nota al mondo. Com’è cambiato il modo di gestire l’accoglienza in questi anni?

«I numeri sono diventati rilevanti a partire dalle primavere arabe del 2011. In quel periodo Lampedusa era l’unico punto d’appoggio prima di arrivare in Sicilia, e tra il 2011 e il 2013 la comunità si occupò del fenomeno in toto. Si arrivò al punto in cui i migranti erano più dei residenti. La popolazione si faceva carico di tutto: dare da mangiare, vestire le persone, curare la loro igiene e aiutarle nelle comunicazioni con le famiglie. Sono nate relazioni fortissime, specialmente con i più giovani; ancora oggi alcuni di loro chiamano i lampedusani “papà” o “mamma” perché in quel momento lo sono stati davvero. Dal 2013 il sistema si è organizzato con la nascita del centro d’accoglienza e l’intervento dello Stato. Oggi, nel 2026, la gestione della Croce Rossa è ottimale: tutto avviene nell’arco di 24 o massimo 48 ore. Di fatto, i migranti non si vedono quasi più in giro e l’impatto sulla vita quotidiana dell’isola è pari a zero».

Eppure, nonostante questa efficienza logistica, sembra restare un senso di inquietudine tra gli abitanti.

«Gli isolani non hanno mai avuto nulla contro i migranti; li hanno sempre assistiti con cura. L’indignazione, se c’è, è rivolta alle istituzioni. Una cosa è accogliere chi arriva sano e salvo, un’altra è essere costretti a ricevere dei morti sapendo che quella fine poteva essere evitata. Quando vedi una vita spezzata, con tutti i suoi progetti e la sua volontà di cambiamento, provi rabbia perché sai che con corridoi umanitari e viaggi sicuri non sarebbe successo. Lampedusa ha lanciato spesso questo appello, perché purtroppo il Mediterraneo è diventato realmente un cimitero».

Domani arriverà Papa Leone. Che aria si respira ricordando la visita di Francesco del 2013?

«La visita di papa Francesco fu improntata al desiderio fortissimo di pregare per chi non ce l’aveva fatta. La Messa stessa era di suffragio per i defunti e la comunità si sentì privilegiata per essere stata scelta come meta del suo primo viaggio apostolico. Quelle parole e quei segni sono ancora impressi nel cuore di tutti. Ricevere domani un altro Papa ci fa sentire nuovamente privilegiati. Anche se luglio è un periodo di pieno lavoro turistico per molti residenti, l’entusiasmo e la voglia di accogliere il Santo Padre sono altissimi; non vediamo l’ora di abbracciarlo».

Per lei, personalmente, cosa significa questo appuntamento?

«Mi sento onorato. Non immaginavo che preparare la visita di un Papa fosse un compito così impegnativo, ma per me è un privilegio immenso poterlo ricevere qui come parroco dell’isola».