Foto: Giovanni Crisafulli

di Francesco Alì

Il dramma in musica “Le labbra rosee apre al sorriso”, messo in scena recentemente nella Cattedrale di Catania, unisce la potenza dei cori verdiani a cromaticità cinematografiche. Ai movimenti del poema sinfonico si alternano frammenti di prosa teatrale, che trasportano lo spettatore in uno spazio sospeso nel tempo. Qui i soldati Gisliberto e Goselmo raccontano l’eroica missione volta al rimpatrio delle reliquie agatine il diciassette agosto del 1126.

Al centro della rappresentazione sono le domande che ci aiutano a interiorizzare quanto della nostra cultura ci deriva da racconti antichi. Cosa si può considerare vero del nostro passato? È forse l’evidenza documentale a sostenerne l’autenticità o la forza del racconto nei cuori di chi lo trasmette? Potrebbe essere insincero un sentimento che attraverso i secoli si è propagato così carico di vita? Che ancora oggi anima una processione chilometrica come nella notte di nove secoli fa, quando la Martire approdò nel porto di Ognina?

Il dramma, ideato e diretto da Francesco La Vecchia OP con testi e regia di Salvatore Riccardo Spoto, fornisce numerosi spunti critici rispetto all’epoca che stiamo vivendo. Ci interroga innanzitutto sul ruolo che le tradizioni cristiane svolgono per tenere insieme la società civile; d’altronde, l’incredulità non è figlia del nostro tempo, ma la crisi delle manifestazioni di Fede popolari si correla alla disgregazione delle società urbane. Queste, infatti, sono sempre più divise lungo le faglie della classe sociale, della geografia, dell’etnia. Quando le reliquie di Agata furono traslate da Bisanzio a Catania anche ebrei e musulmani, allora residenti in gran numero in Sicilia, si aggregarono al corteo cittadino in segno di devozione. A legare insieme i popoli era la consapevolezza che quell’avvenimento avrebbe segnato la storia della Città che era di tutti.

La rappresentazione del proconsole Quinziano, rabbioso per non essere riuscito a piegare la giovane al rispetto delle tradizioni romane, si ricollega poi al ritratto del Basileo. Egli nel 1040 incaricò Giorgio Maniace di trafugarne le spoglie per portarle a Bisanzio, avendo perso da poco il comando della Sicilia. La ribellione di Agata sublima la libertà di quest’isola, che non appartiene a nessuno perché tutto il mondo le appartiene.

Al tempo stesso, il capriccio dell’imperatore e il sacrilegio del generale dimostrano quanto facilmente il potere terreno e la vanagloria corrompano il cuore dell’uomo. Allora, qualunque impudenza è possibile persino di fronte a Dio. Ma se raramente la fedeltà al potere politico viene ricambiata, quella del Signore nel suo amore è gratuita.

Gisliberto e Goselmo sono rimasti a vegliare sulle reliquie della Santa “attraverso terremoti e rivoluzioni” nelle loro stesse parole. Al termine della rappresentazione il sentimento dello spettatore è quello di chi ha appena ascoltato un racconto troppo potente nel cuore del narratore per non essere vero. Davvero allora abbiamo un metro per misurare la realtà secondo il trascendente che fa degli uomini attraverso la storia un solo corpo e una sola anima.

E se queste cose ce le suggerisce oggi Agata, sì, era tutto vero.

Un commento su ““Le labbra rosee apre al sorriso”, dramma in musica sul rimpatrio delle reliquie di Sant’Agata

  1. Un’opera potente, capace di far vibrare le corde più intime dello spettatore e, al contempo, di sollevare interrogativi profondi sulla complessità del nostro tempo. Assistere al dramma ideato e diretto da Francesco La Vecchia , con i testi e la sapiente regia di Riccardo Spoto, significa immergersi in un viaggio che va ben oltre la semplice rappresentazione storica o religiosa, trasformandosi in una lucida e necessaria riflessione critica sulla società contemporanea.
    Il testo ha il grande merito di interrogarci sul ruolo fondamentale che le tradizioni cristiane rivestono come collante della società civile. In un’epoca di profonda disgregazione delle realtà urbane, frammentate lungo le faglie delle differenze sociali, geografiche ed etniche, l’opera ci ricorda con forza come le manifestazioni di Fede popolare abbiano storicamente rappresentato un punto di convergenza universale.
    Attraverso le parole di Gisliberto e Goselmo, rimasti a vegliare sulle reliquie “attraverso terremoti e rivoluzioni”, l’opera tocca il suo apice emotivo. Al calare del sipario, la sensazione rimasta nel cuore di noi spettatori è quella di aver preso parte a un racconto troppo potente per non essere vero. Un’esperienza che offre un metro preciso per misurare la realtà secondo il trascendente, capace di unire gli uomini, attraverso la storia, in un solo corpo e in una sola anima.

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