Gentile Direttore,
vorrei raccontare un fatto che mi ha sorpreso ascoltando il Magnificat di Bach. Per anni ho cantato quel brano, lasciandomi trascinare dall’intreccio delle voci e dalla sua straordinaria architettura musicale. Questa volta, invece, mi sono fermato su una sola parola: Magnificat. Ripetuta ventidue volte. Bach non commenta. Non spiega. Ripete.Come se, per un istante, la grandezza di Dio fosse diventata trasparente. Allora i tenori sembrano esclamare: «Ho visto questo! Magnificat!». I soprani rispondono: «E io quest’altro!». I contralti rilanciano: «Anch’io!». Ciascuno porta una scoperta, e tutti trovano una sola parola capace di esprimerla: Magnificat. Ventidue volte. Ventidue scoperte. Ventidue ragioni per rendere grazie.
Mentre ascoltavo, mi è tornato alla mente Caino. L’uomo che ha ucciso suo fratello e del quale Dio dice: «Nessuno lo tocchi». Non perché il male non sia male, ma perché il male non esaurisce il mistero di quell’uomo davanti a Dio. Il mistero di quell’uomo parla di Dio. Di fronte a una simile eccedenza del Suo amore, quale peccatore non sentirebbe nascere sulle labbra un Magnificat? Quale uomo, scoprendosi guardato così, senza misura, non esploderebbe in gratitudine?
Lo stesso sguardo attraversa anche Il pescatore di De André. Davanti a un assassino in fuga, il pescatore non pesa la colpa, non misura il merito. Spezza il pane, versa il vino e lo sfama. Anche lì accade qualcosa che supera ogni giustizia umana. È un Magnificat in forma popolare.
Forse è proprio questo che Bach ci fa ascoltare: il Magnificat nasce quando l’uomo vede l’eccedenza dell’amore di Dio. Scopro in questo modo sorprendente che Dio non censura il mio male, ma di fronte ad esso, fino alla fine, afferma che a me ci tiene. Magnificat!
Si può cantare il Magnificat senza esultare perché, agli occhi di Dio, siamo almeno ventidue volte più grandi della nostra colpa?