Un compito antico e prezioso affidato ai pupi: la lingua e le movenze della marionettistica dei Fratelli Napoli per animare la memoria di una città e suggellare la testimonianza di una fede. Nel 1126, novecento anni fa, le reliquie di Sant’Agata rientrarono a Catania da Costantinopoli, dove le aveva condotte poco meno di un secolo prima il generale bizantino Giorgio Maniace. È a questa vicenda – fondativa dell’identità cittadina e ricordata ogni anno nel corso della festa estiva agatina che si tiene dal 16 al 18 agosto – che la Marionettistica dei Fratelli Napoli ha dedicato lo spettacolo “Come Sant’Agata ritornò a Catania da Costantinopoli”, copione di Alessandro e Fiorenzo Napoli, già presentato in città.
Quel racconto della zia Ciccina
All’origine dello spettacolo c’è una voce di famiglia. Lo svela Alessandro Napoli, antropologo e coautore del testo, che ne fa risalire il germe a un pomeriggio d’infanzia e alle parole della zia Ciccina: “Il racconto, che ascoltai a sette anni ritornando a casa dopo il bacio delle reliquie del 17 Agosto, fu sollecitato da una mia curiosità: ‘Perché il corpo di S. Agata è in pezzi?’ Cominciò l’affabulazione: Giorgio Maniace, Costantinopoli, S. Agata che appare in sogno a Gisliberto e gli dice: ‘Facitimi a pizzudda, cummigghiatili di rosi e ammucciatili unni mittiti i frecci'”. Dal racconto la voglia di scrivere il copione perché “ci siamo resi conto che più tempo passava, più i catanesi perdevano la tradizione orale di questa storia, né sapevano più nulla di Gisliberto, Goselmo e del vescovo Maurizio”.
La struttura in due tempi, l’andata a Costantinopoli e il ritorno, è affidata a Peppininu, la maschera che nell’Opera dei Pupi catanese parla in dialetto, tra eroi che si esprimono in italiano. Napoli spiega che rappresenta per “i pupari il medium per esprimere il punto di vista popolare sia rispetto alle vicende rappresentate in scena, sia rispetto ai fatti della cronaca contemporanea”. È “cchiù vecchiu da Bibbia, metastorico”, per usare ancora le parole di Napoli, ed è proprio Peppininu che può dare voce al dolore e alla gioia della città, la stessa maschera attraverso cui, per tradizione, l’Opira commenta anche i fatti dell’attualità. “È capace di attraversare tutte le epoche, da un lato poteva essere stato testimone oculare della vicenda, dall’altro, come sempre, poteva farsi portavoce del sentimento dei catanesi”.
La storia del ritorno delle reliquie di Sant’Agata vive della tradizione orale etnea arricchita anche dalle fonti bizantine su Maniace in Sicilia – la Synopsis historiarum di Giovanni Scilitze, la Chronographia di Michele Psello – che però sono scarne e più attente agli intrighi di corte, gli stessi che ne provocarono il richiamo a Costantinopoli, più che alla sottrazione delle reliquie; più circostanziata è l’Epistula del vescovo Maurizio. Il lavoro ha imposto anche la ricostruzione, su fonti successive, di una Sicilia in cui si muovevano bizantini, musulmani e mercenari normanni al soldo di Bisanzio.
Gisliberto e Goselmo come Orlando e Rinaldo
Dove i testi tacciono, sottolinea Alessandro Napoli, sono intervenuti i codici di messinscena dell’Opira: la superba intransigenza di Maniace ricalca quella dell’imperatore Valdemiro, il tradimento di Stefano Calafato quello di Gano di Magonza, mentre i due soldati Gisliberto e Goselmo, “incolori” nella fonte, assumono i tratti di Orlando e Rinaldo. Un’operazione che lo studioso illustra così: “Mi si passi il paragone: è un po’ come il ‘vero storico’ e il ‘vero poetico’ manzoniano”. “Laddove le notizie storiche sono scarne, per la definizione psicologica dei personaggi intervengono le sperimentate caratterizzazioni dei codici dell’Opera dei Pupi, che ovviamente non devono stridere con quanto detto dalle fonti”.
Restituire alla città un racconto che rischia l’oblio
Quando il teatro popolare, nato per l’epica cavalleresca, si rivolge al racconto del sacro, riconferma la sua stessa identità. All’Opera dei Pupi, ricorda Napoli, si andava “per una riconferma della propria cultura” – ci si riconosceva negli eroi portatori di valori e si prendevano le distanze dai personaggi negativi – e nelle feste comandate i cicli dei paladini cedevano il passo alla Natività, alla Passione, alle storie dei santi, esattamente come succede ancora oggi. Lo spettacolo si iscrive in quella consuetudine, con un intento dichiarato: restituire alla città un racconto che rischia di scivolare nell’oblio. Un rischio misurato dallo stesso Napoli, docente di Lettere al liceo Galilei in via Vescovo Maurizio: “Quasi nessuno degli studenti del ‘Galilei’ sa chi sia il vescovo Maurizio. Eppure la vicenda del ritorno a Catania delle reliquie di S. Agata da Costantinopoli è stato per secoli uno dei racconti più fondativi dell’identità collettiva di questa città”.
Compiti come salvaguardare la storia della città e tramandarla alle nuove generazioni vivono nel cuore della compagnia fondata nel 1921 da don Gaetano Napoli e diretta oggi da Fiorenzo Napoli, che custodisce da cinque generazioni l’unico mestiere di puparo di scuola catanese rimasto integro. Lo spettacolo, dice Napoli, guarda a “un pubblico misto, trasversale” e a una scommessa consapevole: “quando si parla di devozione in un’epoca sempre più lontana dalla sfera del Sacro, l’impresa non è facile, ma la scommessa l’abbiamo fatta: ritenevamo giusto, in occasione di questo novecentenario, ricordare ai Catanesi una storia che stavano dimenticando”.
Davide Napoli, parlatore e costruttore di pupi, ne riassume l’azione: l’Opira continua a insegnare che il Male ‘è ben presente nel mondo’, ma che occorre adoperarsi perché a prevalere sia il Bene; “l’aspirazione a un ordine del mondo più giusto” dice, resta la cifra dei loro spettacoli. “Per quanto riguarda i più piccoli, io e i miei fratelli abbiamo consapevolmente elaborato degli spettacoli che consentano ai bambini di ‘entrare’ nel mondo dei pupi, cominciare a conoscerlo e amarlo, per poi essere in grado di apprezzarne tutta la ricchezza e le potenzialità. Da parecchi anni ormai, con spettacoli come Bimbi e pupi, La leggenda di Cola Pesce, Arriva Don Chisciotte, offriamo ai bambini e ai fanciulli la possibilità di conoscere, apprezzare e cominciare a gustare questa nobile tradizione”. Una sfida straordinaria che prosegue a oltre un secolo dalla loro nascita e che resta in campo “coi linguaggi tradizionali adattati ai ritmi della modernità”.