Siamo nel tempo della fretta, e dopo il «santo subito» eccoci alle prese col «graziato subito». Per il gioielliere finito in carcere per aver ucciso, dopo averli inseguiti, due rapinatori, qualche parte politica chiede o pretende immediata clemenza, per lo più appellandosi alla perentoria affermazione che la gente lo vuole. Ora, si potrebbe obiettare che la grazia a furor di popolo ha almeno un precedente discutibile, quello di Barabba, ma la vera questione non è il passato: è invece il futuro. 

Supponiamo infatti che – superando ogni limite di legge, procedura, consuetudine, opportunità – il presidente della Repubblica (unico titolare finora del potere di grazia) possa e voglia accogliere questo presunto afflato dal basso e decidere, con gesto sovrano, di rimettere in libertà immediatamente il gioielliere. Cosa farebbe la prossima volta? Cioè: se poi l’indomani, o dopo un mese, o dopo un anno, un qualsiasi altro rapinato inseguisse i rapinatori in fuga e li uccidesse, e per questo venisse condannato, non sarebbe il capo dello Stato obbligato di fatto a concedere di nuovo la grazia? E poi ancora e ancora?

E, in generale, qualsiasi aggredito, minacciato di morte, non si sentirebbe legittimato a esecuzioni sommarie? E sarebbe questo il paese che vogliamo? Senonché vale sempre la famosa considerazione del teologo Clarke: un politico pensa al successo del suo partito; uno statista al successo del paese. E di statisti c’è sempre una certa penuria, mentre abbondano i politici politicanti che cercano di lucrare consenso con qualsiasi mezzo.

Qualora al contrario ve ne fossero a sufficienza, di statisti, anche di parti diverse e anche di fazioni opposte, farebbero bene a confrontarsi sia pure animatamente ma sempre civilmente, e all’occorrenza a collaborare, per esempio – dato l’argomento di cui parliamo – su come alzare di molto il livello della sicurezza sul territorio e su come far sì che le pene di reclusione servano davvero alla riabilitazione del condannato. Si tratterebbe di mettere da parte polemiche strumentali, e sciacallaggi, e di varare misure tecniche, economiche, culturali: tutte possibili, a volerle.

Potremmo così sperare, più a ragione, che nessun altro veda sé stesso e i suoi familiari brutalmente maltrattati e in pericolo di vita, e non tolga poi la vita a chi lo ha immerso nella violenza. E potremmo avere più fiducia che la clemenza segua, al momento giusto, una sincera presa di coscienza su come chi si fa giustizia da sé fa male anche al paese, oltre che ai suoi bersagli e a sé stesso.