di Nuccio Puglisi *

Nell’antico e mitico immaginario che ha illuminato di suggestioni la cultura dell’Occidente, spicca, in mezzo all’azzurro mare tra le terre, e precisamente nel blu del nostro Ionio, vero e proprio millenario crocevia di popoli e di storie, un’isola nota per la sua bellezza cantata da Omero: Scheria.

Di quale bellezza parliamo? Di una pura “bellezza mediterranea”. Non semplicemente, dunque, di una bellezza estetica. Ugo Foscolo, che conosceva bene Scheria (Corfù) perché ci visse da ragazzo, ma era nato a Zante (un’isola dello stesso arcipelago), nel suo noto sonetto ad essa dedicato (A Zacinto) ci parla di Afrodite: nata dalla bianca spuma di quel mare fecondato dal cielo, che era bella in un senso molto più ampio di quello costretto dalla sola armonia delle forme; era una bellezza che invitava i sensi a qualcosa di molto più profondo del solo piacere; era la bellezza del divino che, prodigiosamente, si rendeva visibile non solo in un corpo, ma in sorriso. Era una bellezza piena perché fatta d’amore.

Forse è proprio per questo, per questo antico sorriso capace di moltiplicarsi attraverso i secoli, di passare dal volto di una dea a quello di una principessa, che Omero volle celebrare su una spiaggia di Scheria uno dei primi e più toccanti momenti della sua Odissea: l’incontro del naufrago Ulisse, ormai ridotto al nulla dall’ultima delle tempeste, con la dolce Nausicaa: l’unica a non fuggire via davanti alla scandalosa nudità di quello straniero; l’unica ad ascoltarlo, a farglisi prossima, a promettergli ospitalità e protezione.

Ricostruiamo la scena, oggi più che mai attirati – da un lato – da proposte cinematografiche che richiamano con forza uno dei classici su cui si fonda l’intera cultura dell’Occidente; ma anche – dall’altro – indifferenti ai modi con cui la storia, e non il cinema, ci richiama alle stesse tematiche così urgenti e sacre da costringere Omero a trasformarle in un capolavoro.

Nausicaa si fa prossima al naufrago Ulisse

Nausicaa, pur conservando una distanza resa necessaria dalla sua condizione, sceglie di farsi prossima al naufrago con tutto il potere di cui dispone: gli consegna acqua ed olio, per lavarsi; abiti puliti per rivestirsi. Mentre le sue ancelle fuggono, lei – ispirata da Atena – rimane: sembra che dietro la scelta di non scappare davanti ad uno straniero che chiede aiuto ci sia sempre, in qualche modo, una sapiente intelligenza. Nausicaa, il cui nome significa “distruttrice di navi”, non possiede certo uno spirito bellicoso, né le si possono attribuire vittorie di guerra in mare aperto; ma c’è nel suo cuore, forse, davanti alla richiesta di pietà di quell’uomo, il desiderio che la sua peregrinazione abbia fine, che il suo vagare per l’oceano possa una volta per tutte terminare. Forse, nel segreto di quel nome antico consegnato alla posterità dell’Occidente, c’è il desiderio che non esistano più navi a dover tracciare la rotta di gente disperata.

Odisseo, il naufrago, “colui che è odiato” allora come oggi da uomini e dèi, rimane anch’egli a distanza. La sua richiesta di pietà, che vorrebbe abbracciare le ginocchia della principessa (gesto, questo, carico di un immenso significato di gratitudine), sceglie di non avvicinarsi troppo: saranno le sue parole a farsi mani, a toccare il cuore, a saper guadagnare senza troppi sforzi una promessa di ospitalità. Nausicaa, infatti, sa già cosa fare. Giovane e saggia, consegna ad Ulisse una modalità sicura perché nessuno gli neghi accoglienza. Dovrà recarsi al palazzo e chiedere di Arete sua madre, la regina, il cui nome custodisce i significati della virtù e del valore, e potrà star certo che lei, impietosita, porgerà al re Alcinoo le giuste motivazioni per cui lui, uno straniero e un naufrago, un uomo che viene dal mare, potrà essere accolto ed ascoltato. Alcinoo, infatti, che sa “difendere” e “proteggere”, sceglierà di ospitare e nutrire, di non far mancare nulla a quell’uomo che, sono dopo essere stato accolto, sarà invitato a presentarsi e a raccontare la propria storia.

L’ospitalità secondo Omero: prendersi cura dello straniero

Già, perché solo nell’accoglienza ritrovi te stesso e ti ricordi chi sei e da dove vieni. È geniale, da parte di Omero, questo particolare: prima l’ospitalità e poi, solo dopo, le generalità! È grandioso sul piano morale, etico e religioso. È di un’attualità tremenda e drammatica! Più importante di chiederti “chi sei” è comprendere che “ci sei” e prendermi cura di te!

Quindi, se oggi leggiamo l’Odissea, diventato il primo tra tutti i best-sellers del nostro mondo, è perché, prima di consegnarci il suo lungo flashback, questo straniero e naufrago è stato accolto. Non avrebbe mai parlato, non avrebbe mai raccontato di sé e della sua storia, se prima qualcuno non l’avesse vestito, non gli avesse dato da bere e da mangiare, e non l’avesse ascoltato.

Che meraviglia – e che fortuna! – attribuire questo capolavoro classico ad un autore come Omero: uno di quei “ciechi” che sarebbero perfettamente capaci di guadagnarsi un posto nel Vangelo, perché, appunto, pur essendo tali hanno avuto la capacità di scorgere bene la natura delle cose, di saper cogliere le sfumature, di vedere l’anima umana e di saper guardare lontano. E noi?

L’isola di Scheria, che nel poema omerico è il luogo in cui si celebra l’ospitalità come possibilità di riscatto e di rinascita, è solo una tra le tante isole del Mediterraneo, e dello Ionio, in cui un antico Vate ha voluto immaginare lo scenario ideale per l’incipit della sua opera. È il luogo dove abitano i Feaci, popolo giusto e accogliente, governati dalla virtù e da un’intelligenza amorevole e protettiva, la cui prima rappresentante sociale è una ragazza capace di non fuggire davanti ad uno straniero e di accoglierlo con un sorriso colmo di antichissimi e umani retaggi. È l’isola che, proprio grazie all’ospitalità dei suoi abitanti, per secoli è stata considerata terra benedetta dagli uomini di mare: un posto in cui nessuno ti avrebbe ributtato in mezzo alla violenza delle onde e dell’oblio.

Ma, con il passare dei millenni e dei secoli, le isole del nostro mare si sono date il cambio. Mutano le rotte ma non cambiano i naufraghi; e anche il mare è sempre lo stesso. E così, se Omero fosse nato oggi, forse avrebbe parlato di Lampedusa.

Quest’isola a noi certamente più vicina di Scheria, e dunque più prossima all’urgenza di una responsabilità: quella di chi, davanti a tanta bellezza, si rende abile ad una risposta che – nella sua sostanza – potrebbe, forse, essere ancora la stessa di un’antica e mai perduta Nausicaa: uno stesso desiderio di togliere dal mare quelle navi che, per tanta gente, sono teatri di sterminio a cui neanche i gabbiani assistono: morti silenziose, inghiottite dalle onde. Per tutti gli altri c’è una speranza di approdo.

Chi ha mai assistito ad uno di questi approdi? Gli occhi di Dante forse non videro mai qualcosa del genere, ma la sua illuminata immaginazione seppe immedesimarsi in qualcuno che, con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata. Il nostro Poeta, certamente non meno grande di Omero, aveva anche lui occhi capaci di ripresentare in poche immagini quel drammatico girarsi indietro, a riguardare le onde feroci da cui, per miracolo, si è sopravvissuti.

Papa Leone: Lampedusa il luogo nel quale la nostra civiltà viene interrogata sulla propria capacità di restare umana

E noi? Che con tanta vanità mainstream ci facciamo eredi di questi Omero e di questi Dante, che occhi abbiamo – se non ci siamo mai stati – per immaginarci una spiaggia di Lampedusa?

Per migliaia di uomini, donne e bambini quell’isola appare all’orizzonte come apparve Scheria agli occhi dell’eroe omerico: una striscia di terra dopo giorni e giorni nei quali il mare sembrava aver cancellato ogni speranza.

Certo, le differenze sono enormi. Ulisse torna verso casa; molti migranti una casa l’hanno perduta o sono stati costretti ad abbandonarla. Ulisse affronta gli dèi; loro affrontano guerre, persecuzioni, fame, dittature, cambiamenti climatici, tratta di esseri umani. Eppure qualcosa li accomuna profondamente: tutti arrivano sulla riva dopo avere attraversato un mare che mette continuamente alla prova il diritto stesso di vivere.

È questa la grande intuizione della visita di papa Leone XIV a Lampedusa. Il Papa non ha scelto semplicemente un’isola. Ha scelto un simbolo. Lampedusa è diventata la Scheria del nostro tempo: il luogo nel quale la nostra civiltà viene interrogata sulla propria capacità di restare umana.

L’omelia del Santo Padre, costruita intorno alla parabola del Buon Samaritano, non parla anzitutto dei migranti. Parla di noi (che – per inciso – d’essere migranti abbiamo una lunghissima tradizione). Nel Vangelo, come nell’Odissea, la domanda decisiva non riguarda il naufrago. Riguarda chi lo incontra. Non riguarda il nostro prossimo, ma chi sceglie di farsi prossimo degli altri.

Il Papa e la parabola del Buon Samaritano

Chi siamo noi, dunque?

Siamo Nausicaa, capace di vincere la paura e di “guardare” una persona oltre che vederla nuda su una spiaggia? Siamo Alcinoo, disposto ad aprire la propria casa e a condividere con uno straniero ciò che possiede, a cominciare dal suo ascolto? Oppure siamo coloro che, come il sacerdote e il levita della parabola evangelica, scelgono di passare oltre?

Papa Leone ci mette davanti a questa alternativa con parole severe, fatte di quella severità di cui la carità sa e deve vestirsi quando arriva all’ultimo atto: la consegna della Verità: “passare oltre” (che per noi altro non dovrebbe significare se non “liberazione pasquale” di un’anima!) non è ormai soltanto un gesto fisico. È un “passare oltre” diventato un’altra cosa e auto-incoronatosi cultura dell’indifferenza di massa, un’indifferenza che si è abituata al dolore. È la paura che genera pregiudizio; è il linguaggio che trasforma persone in problemi, volti in numeri, storie in statistiche. È la tentazione di considerare il Mediterraneo come un confine da presidiare anziché come un mare che, per millenni, ha unito popoli, commerci, culture e fedi.

L’arcivescovo Renna: «Prossimi ci si fa, prossimi si diventa»

Mons. Luigi Renna, tornando da Lampedusa, ha colto con grande lucidità il cuore del messaggio del Papa: «Prossimi ci si fa, prossimi si diventa». È forse una tra le più belle definizioni della carità; perché la prossimità, che pure vive nelle pieghe genetiche di un’umanità che ha sempre bisogno degli altri, non nasce mai spontaneamente come atto ultimamente volontario. Da un certo punto in poi, da quando – cioè – travalica il confine tra istinto e libertà, quel confine che ci fa uomini, la prossimità è una scelta educativa, spirituale e civile.

Anche Alcinoo avrebbe potuto chiudere le porte del suo palazzo. Avrebbe potuto temere per mille motivi quello sconosciuto approdato dal mare, o pensare che non fosse un problema suo. La grandezza dei Feaci, che sono una retorica sulla nostra potenzialità sociale, non consiste quindi nell’essere un popolo senza paure, ma nell’avere scelto che la paura non sia mai l’ultima possibilità, né per chi si trova su una spiaggia né per chi vi approda stravolto.

Questa è anche la grande sfida delle nostre comunità.

Ogni volta che una parrocchia apre un centro di ascolto, ogni volta che una famiglia accompagna un rifugiato, ogni volta che un volontario della Caritas dedica tempo, competenze e affetto a chi arriva da lontano, un piccolo frammento di Scheria ricompare nel Mediterraneo.

È questo il mandato che il Papa ha consegnato alla Chiesa e che mons. Renna ha tradotto in un’espressione tanto semplice quanto esigente: essere custodi dei nostri fratelli. Perché questo fa un custode: vede. E nella Sacra Scrittura si è chiamati a custodire l’Alleanza quanto il fratello: il mio prossimo è la legge suprema.

Nel poema di Omero, Odisseo ricomincia a vivere perché qualcuno lo guarda senza soffermarsi sulle sue ferite. Nel Vangelo, parimenti, il Samaritano interrompe il viaggio perché “vede”.

La carità non sostituisce la politica

La carità, dunque, nasce sempre da uno sguardo e da un ascolto: Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita (1Gv 1,1) è perfettamente presente nel fratello che ascoltiamo, che vediamo, che tocchiamo oggi.

Prima ancora che distribuire aiuti, perciò, l’amore è chiamato a riconoscere persone affinché queste possano tornare a riconoscersi come tali. Prima ancora di progettare servizi e opere segno, la carità ascolta le storie degli uomini che, prima, senza conoscerne ancora il nome, ha voluto invitare a pranzo. Prima ancora di organizzare interventi o presiedere ad eventi, essa ha nella restituzione della dignità agli uomini la sua prima e originaria vocazione.

Ma il Papa ci chiede di andare oltre.

Non basta una buona gestione dell’emergenza. L’accoglienza non può essere affidata esclusivamente alla generosità dei volontari o all’eroismo di chi vive il margine delle frontiere. Servono politiche lungimiranti, condivise, capaci di coniugare legalità, sicurezza, cooperazione internazionale e tutela della dignità umana. Servono, appunto, oltre all’accogliente gentilezza di Nausicaa, anche lo scettro di Alcinoo e di Arete: non basta il singolo volontario, fermo sulla spiaggia ad accogliere; occorre un sistema politico e governativo capace di interpretare il suo desiderio di carità e di tradurlo in prassi sociale attraverso una struttura normativa precisa e attenta, proporzionata alla bellezza del mare. Perché ogni bellezza reclama, da qualche parte, la fatica di meritarsela.

La carità non sostituisce la politica; la anima, la richiama alla sua responsabilità più alta: costruire il bene comune. Anche per questo Lampedusa parla all’intera Europa. Perché, ogni volta che una persona muore nel Mediterraneo, non è soltanto un sistema di soccorso a fallire. È l’idea stessa di civiltà ad incrinarsi; quella stessa civiltà sulla quale abbiamo costruito la nostra storia. Quella stessa civiltà che, spesso con voci boriose, facciamo discendere da Omero, da Dante, e da tanti altri che hanno avuto occhi per non essere ciechi.

Papa Leone ha sostato in silenzio davanti al mare. Un silenzio che richiamava inevitabilmente quello di Papa Francesco, tredici anni prima. Quel silenzio che ricordava anche il mare di Omero: lo stesso che può divorare e restituire, e che oggi a Lampedusa – come un tempo a Scheria – mette continuamente alla prova il cuore dell’uomo.

Forse oggi il nostro compito è proprio questo: parafrasare l’Odissea con scelte quotidiane, così che ogni generazione sperimenti la gioia di un’epopea drammatica che sappia concludersi con un ritorno a sé stessi prima ancora che in patria. Per farlo occorre contrastare la deriva della nostra indifferenza e far sì che ogni comunità, civile come ecclesiale, sappia imparare a non annegare nella propria indifferenza e, solo dopo, ripensarsi e ricostruirsi come un approdo sociale. Il nostro popolo, esattamente come Nausicaa, ama giocare a palla d’estate: si sono appena conclusi i Mondiali di Calcio. A questa società, e cioè a noi stessi, altro non si chiede se non, davanti alla voce confusa di uno straniero stravolto, di saper interrompere il gioco e di cominciare a vedere, ad ascoltare, ad amare.

* direttore della Caritas diocesana di Catania e parroco

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