di Marco Pappalardo
La visita pastorale di papa Leone XIV a Lampedusa, lo scorso 4 luglio, ha lasciato un segno profondo, richiamando il valore simbolico di un’isola che continua a parlare al mondo. Non sorprende, allora, che proprio da Lampedusa abbia preso forma, poche settimane dopo, la Rete Lampedusa, presentata ufficialmente a Roma. La visita del Papa e la nascita della rete condividono infatti la stessa ispirazione, quella di fare di questo lembo di terra non soltanto il luogo degli sbarchi, ma uno spazio dove, come ha ricordato il Pontefice, il Vangelo continua a risuonare “là dove i popoli si incontrano”, mentre tace “quando ciascuno fa di sé stesso un’isola”. A rendere ancora più eloquente questo messaggio è la Porta d’Europa, il monumento affacciato sul Mediterraneo realizzato da Mimmo Paladino. È una soglia simbolica rivolta verso il mare e dedicata a quanti non sono mai riusciti a raggiungere la riva. Anche il Papa l’ha attraversata durante la sua visita.
Pietro Bartolo e Agostino Sella tra i protagonisti
Davanti a quell’opera Pietro Bartolo, il medico che per quasi trent’anni ha soccorso migranti sull’isola, continua a fermarsi ogni volta che vi passa accanto. Troppe persone le ha viste arrivare senza vita, troppe storie si sono concluse davanti ai suoi occhi perché quel luogo possa diventare una semplice tappa di un percorso. È proprio da quella memoria, custodita nella carne e non soltanto nei ricordi, che nasce oggi la Rete Lampedusa. L’iniziativa non si propone come l’ennesima associazione impegnata sul tema delle migrazioni. I promotori la definiscono piuttosto una “rete di reti”, un’associazione nazionale apartitica capace di mettere in dialogo esperienze diverse: volontariato, università, professionisti della comunicazione, realtà ecclesiali e associazioni già operative sul territorio. Pietro Bartolo ne è garante e presidente; tra i fondatori figura anche Agostino Sella, dell’associazione Don Bosco 2000, impegnata da anni in Sicilia e in Senegal, che il 29 luglio alle ore 18 accoglierà la presentazione della Rete Lampedusa “Sicilia”, presso la Colonia Don Bosco a Catania. A motivare questo progetto sono soprattutto i numeri.
Dal 1991 oltre 50mila morti nel Mediterraneo
Dal 1991 il Mediterraneo è diventato il luogo in cui hanno perso la vita oltre cinquantamila persone; più di trentacinquemila dal 2014, tra cui almeno quattromila bambini. Cifre che, ripetute nel tempo, rischiano di perdere la loro forza e di ridursi a una fredda contabilità. È proprio contro questa pericolosa assuefazione che la Rete Lampedusa intende reagire, restituendo un volto e una storia a dati che non possono trasformarsi in semplici statistiche. Scorrendo il manifesto e i materiali pubblicati sul sito della rete emerge con chiarezza un’altra caratteristica significativa. Più ancora della denuncia – che resta esplicita nel criticare un’Italia e un’Europa spesso bloccate tra la retorica dell’invasione utilizzata come strumento di consenso e il silenzio di chi teme di affrontare il tema – colpisce il tentativo di cambiare il linguaggio con cui si parla delle migrazioni. La prospettiva proposta sostituisce la parola “emergenza” con “opportunità” e rifiuta di interpretare l’accoglienza come semplice buonismo, richiamandola invece come un principio fondato sulla Costituzione. Questo cambio di prospettiva si traduce anche in proposte operative. L’obiettivo è promuovere percorsi fondati su dati verificabili, favorire canali legali di ingresso, costruire processi di integrazione che inizino già nei paesi di origine e proseguano con forme di accompagnamento una volta giunti in Italia. Il progetto prevede inoltre una presenza organizzata in tutte le regioni italiane, l’attivazione di un numero verde, iniziative presso le istituzioni europee e percorsi di formazione destinati a giornalisti e operatori dell’informazione, con particolare attenzione al contrasto della disinformazione attraverso il fact-checking.
Dalla memoria alla responsabilità condivisa
Naturalmente si può discutere sull’effettiva capacità della Rete Lampedusa di incidere sulle politiche migratorie, sulle decisioni dei governi o sulle convinzioni di un’opinione pubblica sempre più polarizzata. La storia recente insegna quanto sia difficile modificare narrazioni ormai consolidate. In fondo la sfida della Rete Lampedusa è di non limitarsi a custodire la memoria delle tragedie consumate nel Mediterraneo, ma trasformarla in responsabilità condivisa, perché ricordare non è sufficiente, se il ricordo non diventa azione. Solo così trent’anni di sbarchi, di vite spezzate e di persone salvate all’ultimo respiro potranno diventare il punto di partenza per una politica capace di guardare oltre gli slogan e restituire dignità alle persone.