Novecento anni dopo, Sant’Agata torna a percorrere il mare. Il viaggio del Velo verso la Puglia riannoda luoghi che da secoli custodiscono frammenti della stessa storia e riporta Catania sulle tracce di quel lontano 1126, quando le reliquie della giovane martire fecero ritorno da Costantinopoli nella città che le aveva dato i natali.

Gallipoli è una delle tappe di questa geografia agatina. Proprio l’8 agosto di novecento anni fa la tradizione colloca sulle sue coste il ritrovamento della reliquia della Mammella. Una data che lega le celebrazioni pugliesi al IX Centenario della Traslazione e dà al viaggio del Velo un significato che va oltre la trasferta devozionale.

Catania e Gallipoli hanno suggellato questo legame anche sul piano civile con la firma del gemellaggio tra le due città. Un patto che prevede scambi culturali, pellegrinaggi e iniziative comuni, costruito attorno a una devozione che ha attraversato i secoli.

Ma è soprattutto il mare a raccontare l’incontro. Il Velo di Sant’Agata viene accolto al porto di Gallipoli e accompagnato in processione fino alla Basilica Concattedrale dedicata alla martire catanese. A presiedere la concelebrazione eucaristica è l’arcivescovo di Catania Luigi Renna, insieme al vescovo di Nardò-Gallipoli Fernando Filograna.

Per i catanesi l’immagine ha qualcosa di insolito. Ogni febbraio è la città a stringersi attorno ad Agata e ad accompagnarla per chilometri lungo le sue strade. In Puglia accade quasi il contrario: è Catania a portare uno dei suoi tesori più preziosi fuori dall’isola e a scoprire una comunità lontana che da secoli considera quella stessa giovane martire parte della propria identità.

Il rapporto di Gallipoli con Sant’Agata affonda infatti le radici nel Medioevo. Secondo la tradizione, l’8 agosto 1126 una donna, dopo essersi addormentata sulla spiaggia, avrebbe sognato la Santa che le indicava qualcosa custodito nella bocca del figlio. Dopo l’invocazione di Agata il bambino avrebbe lasciato cadere una reliquia attribuita alla sua Mammella.

Quel racconto entrò profondamente nella storia religiosa della città. La reliquia rimase a Gallipoli per secoli, fino al suo trasferimento a Galatina, dove ancora oggi è custodita nella Basilica di Santa Caterina d’Alessandria. Gallipoli, intanto, continuò a venerare la martire catanese: a lei è dedicata la Concattedrale e il suo culto è diventato parte della tradizione religiosa locale.

C’è poi un filo ancora più antico che conduce direttamente a Catania. Il ritrovamento della Mammella viene collocato dalla tradizione proprio nel periodo in cui le reliquie di Agata stavano tornando da Costantinopoli, dove erano state trasferite nel 1040. A riportarle in Sicilia furono Goselmo e Gisliberto. La tradizione vuole il primo originario proprio di Gallipoli.

Pochi giorni separano le due date consegnate alla memoria: l’8 agosto il ritrovamento sulla costa pugliese, il 17 agosto l’arrivo delle reliquie a Catania.

È questa trama di storia, fede e tradizione che il IX Centenario sta riportando alla luce. Dopo il restauro del Busto reliquiario e del Velo e l’ostensione straordinaria in Cattedrale, il viaggio in Puglia allarga lo sguardo oltre Catania e mostra quanto lontano sia arrivato nei secoli il culto della giovane martire.

Il percorso conduce anche a Galatina, dove la reliquia della Mammella viene eccezionalmente trasferita dalla Basilica di Santa Caterina alla chiesa madre dei Santi Pietro e Paolo per le celebrazioni del centenario. Qui il Velo proveniente da Catania e la memoria della reliquia ritrovata a Gallipoli tornano idealmente a incontrarsi.

Poi lo sguardo ritorna verso la Sicilia.

Il 16 e 17 agosto Catania vivrà il momento culminante del IX Centenario. Dalla veglia ad Aci Castello partirà il pellegrinaggio che raggiungerà all’alba piazza Duomo, ripercorrendo simbolicamente il ritorno delle reliquie avvenuto il 17 agosto 1126.

Novecento anni dopo quella rotta continua così a disegnare una mappa che attraversa mari e città. Catania, Gallipoli e Galatina si ritrovano dentro una storia cominciata molto prima dei gemellaggi e delle celebrazioni ufficiali.

Una storia che ha il nome di una ragazza catanese e che, dopo nove secoli, continua a far incontrare comunità lontane.

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