di Dolores Maria Doria *
Condividere i frutti dell’anno giubilare agatino che si è appena concluso per la nostra Arcidiocesi catanese è per me impegnativo. Tanti elementi hanno reso i mesi del Giubileo agatino, aperto l’11 gennaio 2026 e compiuto il 18 agosto 2026, una vera sorpresa per tutta la comunità catanese e diocesana, oltre che un evento storico a cui abbiamo avuto la grazia e la gioia di partecipare. A settembre dell’anno scorso, il nostro Arcivescovo Luigi ci donava la sua Lettera pastorale nel IX centenario della traslazione delle reliquie della nostra patrona, intitolata
Sui passi di Sant’Agata per rendere ragione della nostra speranza
. Così scrive all’inizio del Cap. III: «La celebrazione del IX centenario non vuole essere altro che una attualizzazione della sua testimonianza, nella certezza che nel mistero della comunione dei santi, Agata intercede per noi e ci sostiene con la sua preghiera. Il suo “essere coronata e decorata di manifestazioni della grazia divina”, vuole dire sperimentare che ella ha ancora “qualcosa da dirci e da darci” in quanto testimone di fede. Nel nostro cammino di Chiesa, segnato dal percorso sinodale di questi anni, lei ci parla di santità e di corresponsabilità, parole-chiave della nostra vita di credenti».
La Peregrinatio del velo della Santa ha percorso le strade del territorio etneo
Con stile sinodale ha lavorato il “Comitato diocesano per le celebrazioni del IX Centenario della traslazione delle reliquie di sant’Agata da Costantinopoli a Catania”, articolato in quattro commissioni (Coordinamento, servizi tecnici e segreteria, Animazione liturgica e pastorale, Animazione ed eventi culturali, Animazione universitaria e scolastica), che hanno prodotto una serie di proposte, quasi tutte realizzate nel corso dei mesi. A partire dai ragazzi e giovani delle scuole, coinvolti con un concorso pubblico nell’ideazione del logo dell’evento e accompagnati da una compagna di banco speciale, come indica il segnalibro che ognuno di loro ha ricevuto, la Peregrinatio del velo della Santa ha percorso le strade del territorio etneo: scuole, parrocchie, associazioni, centri sportivi, installazioni artistiche, mostre, hanno accolto non tanto una traccia del passato, ma la persona che in modi diversi segna l’identità di chi ne riconosce la bellezza.
Il gemellaggio con Gallipoli e Galatina
Convegni, concerti, un sussidio liturgico, una candelora realizzata in carcere, un dramma in musica, conferenze, video multimediali, non ultima la proposta di candidatura della festa come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO, e tante altre iniziative sorte spontaneamente dal tessuto cittadino hanno preparato due momenti particolarmente significativi: la presentazione del busto reliquiario dopo i lavori di restauro ad opera delle maestranze dei Musei Vaticani, con ostensione pubblica delle reliquie in cattedrale, e il gemellaggio con le città leccesi di Gallipoli, dove per tradizione approdarono le reliquie agatine, e Galatina, che conserva l’altra mammella della Santa. Partecipare al pellegrinaggio pugliese ha consentito alla delegazione catanese di riconoscere e condividere la stessa devozione, lo stesso affetto nei confronti della Santa, di riscoprire se stessi in un contesto diverso, ma uguale. In un piccolo teatro gallipolino, un gioiellino ottocentesco di recente restauro, abbiamo visitato una installazione fotografica intitolata Sant’Agata, tra emozione e identità: grandi foto riportavano quasi a grandezza naturale immagini della festa catanese e in sottofondo ai pannelli in bianco e nero risuonavano registrate le invocazioni dei giorni della festa: Cittadini, cittadini! Tutti devoti tutti?! Viva sant’Agata! È bastato chiudere gli occhi per ritrovarsi in via Etnea, in mezzo ai devoti.
Un altro momento emozionante è stato l’arrivo dal mare delle reliquie: devoti, confraternite, autorità civili, religiose e militari, fedeli in preghiera abbiamo immaginato cosa successe nove secoli fa. Oggi, come allora, il mare non divide, ma unisce due comunità che si riconoscono benedette dalla stessa storia, più che mai viva. Ritrovare i nostri fratelli gallipolini nei giorni di metà agosto per la veglia del 16 ad Aci Castello, il pellegrinaggio all’alba del 17 e il Pontificale della sera, alla presenza dei Vescovi siciliani, dei Vescovi di Nardò-Gallipoli, Otranto e San Marino, è stata una conferma che l’indicazione dell’Arcivescovo nella sua Lettera pastorale, vale per le nostre comunità, ma può allargarsi ad altre realtà, e riguardare tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo. Così leggiamo al n. 3.2: «Uniti da un’unica fede e sollecitati dalla testimonianza di sant’Agata, siamo invitati a ripensarci come un “noi”, il popolo di Dio che è in Catania, che dà segni di una comunione visibile e reale. […] Nell’anno agatino dobbiamo puntare a recuperare maggiormente il senso di partecipazione alla vita ecclesiale che alimenta la comunione, partendo da quel gareggiare nello stimarci a vicenda di cui ci parla san Paolo (Rom 12,9). È uno stile che ci coinvolge soprattutto dal punto di vista spirituale e si traduce in scelte che favoriscano la comunione». E poco dopo, citando Papa Francesco nella Gaudete et exsultate, 104: «La forza della nostra testimonianza sta nella carità: “Potremmo pensare che diamo gloria a Dio solo con il culto e la preghiera, o unicamente osservando alcune norme etiche – è vero che il primato spetta alla relazione con Dio –, e dimentichiamo che il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri”».
Pietre vive della Chiesa nel mondo
Ritorna la sollecitazione dell’Arcivescovo da cui siamo partiti a settembre: «Ciascuno di noi, parte del popolo di Dio, guardando a sant’Agata, pietra eccelsa ed esemplare di questo edificio santo, dovrebbe chiedersi: “Sono una pietra viva nella mia Chiesa? Sento di essere spiritualmente unito agli altri e partecipe dell’unica famiglia di Dio che ha una missione nel mondo?”». Mi fa riflettere l’immagine che Papa Leone XIV utilizza all’inizio della sua Enciclica Magnifica Humanitas. Nell’Introduzione, descrive due icone bibliche: la prima è la torre di Babele, che avrà un esito tragico, la seconda è la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, dopo l’esilio babilonese, sotto la guida di Neemia. È strano parlare di costruire muri in un’epoca che preferisce realizzare ponti, ma il suo invito è chiaro. Leone scrive: «Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi» (MH10).
La via che ci indica Agata
Ecco cosa ci indica Agata! La forza di sant’Agata scaturisce dalla sua “comunione con Cristo. E per questo non si è lasciata piegare dalla violenza, dalle minacce o dalle promesse del potere”. Così ha detto il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, Legato Pontificio, durante la veglia di preghiera presieduta la sera del 16 agosto, ad Aci Castello, nel ricordo del rientro delle reliquie che approdarono lì. Sant’Agata è esempio di “una vita radicata” in Dio, che “non appassisce, ma continua nel tempo a portare frutti di vita, frutti di speranza, frutti di felicità vera”. Facciamo nostro l’invito del Porporato “a rimanere saldi nel Signore”, a chiedergli “di renderci uomini e donne dalle radici profonde, capaci di non lasciarsi trascinare dal vento delle paure, delle mode e delle illusioni, ma di trovare nella Parola del Signore la sorgente della nostra vita”. Proprio come Agata la buona.
* Segretaria del Comitato diocesano per le celebrazioni del IX centenario della Traslazione delle Reliquie di sant’Agata da Costantinopoli a Catania