Nostra intervista al segretario generale della CEI, intervenuto alla Settimana Liturgica Nazionale

«Oggi la Chiesa, attraverso la liturgia e l’azione pastorale, per far incontrare Cristo deve resuscitare e sostenere la domanda dell’uomo». Monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, va al fondo della questione che interessa la Chiesa odierna: come dialogare con il mondo di oggi? E come vivere l’iniziazione cristiana? Lo incontriamo a margine della Settimana Liturgica nazionale in corso a Catania, dove martedì 25 agosto ha presieduto l’eucarestia.

Eccellenza, la Settimana Liturgica coniuga liturgia e iniziazione cristiana. Come questi due fattori possono essere generativi della vita ecclesiale?

Una delle consegne più importanti del cammino sinodale italiano e universale è quella di ripensare l’iniziazione cristiana. La constatazione semplice, ma in effetti molto antica, è che cristiani non si nasce, si diventa per un incontro, per un percorso di certezza e di verità. E quindi il tema dell’iniziazione cristiana, e il tema della Chiesa che genera con l’iniziazione cristiana, è uno dei temi fondamentali in questo momento in cui la Chiesa è chiamata a respirare l’aria del mondo, preoccupata di trasmettere la fede, che è il tesoro più prezioso che abbiamo. Ci accorgiamo di una difficoltà che deve essere la ragione non per arenarsi ma per ripensare, per rimodulare, per osare e rischiare di più. Il rischio educativo di cui ha parlato anche il Papa a Rimini qualche giorno fa. Questa Settimana Liturgica dedicata al tema dell’iniziazione cristiana riguarda una Chiesa che genera, perché la fede è generata dalla Chiesa ed è accesa da incontri con altri uomini trasfigurati. È un tema fondamentale che coglie una delle istanze prevalenti emerse in questi anni.

C’è l’impressione che i sacramenti siano vissuti spesso come i “vaccini”: una volta ricevuti per tutta la vita si è a posto. Come si fa, invece, a farli diventare l’inizio di un cammino?

È il tema fondamentale. Il vero problema è che l’iniziazione cristiana non è una procedura che ha un termine, semmai ha un compimento. Un sacramento che viene ridotto a vaccino, cioè a un rito da espletare per completare un certo percorso, non è ciò per cui la Chiesa vive e ciò che la Chiesa propone. Il sacramento è lo strumento dell’incontro con Cristo che non può certo esaurirsi o essere confinato in un tempo particolare. Il vero tema è che i sacramenti devono esprimere e alimentare la fede, e la fede ha bisogno di una comunità e di un percorso. La preparazione ai sacramenti deve toccare le strutture fondamentali della persona: le domande del cuore, le istanze del pensiero e deve saper rinviare a una comunità che accoglie e che fa camminare. Al di fuori di questo rapporto con il cuore della persona e l’evento comunitario della Chiesa, il percorso non è di iniziazione alla vita cristiana, ma solo un rito per chiudere una fase della vita.

Le messe domenicali sono sempre più povere di giovani. È perché i giovani non hanno più la domanda o perché la Chiesa non sa intercettarla?

C’è una grande domanda nei giovani e c’è una grande domanda nell’uomo. Il Papa ha ripreso recentemente la famosa frase «la messe è molta, ma gli operai sono pochi»: Dio semina nel cuore dell’uomo tanto desiderio, ansia, inquietudine, volontà di significato e di un amore non effimero, l’esigenza della vita eterna. Sono pochi gli operai, cioè quelli che sanno raccogliere ciò che Dio semina nel cuore dell’uomo. Noi dobbiamo pensare che Dio continua a passare, a segnare il cuore degli uomini e a suscitare domande. La vera questione è che noi dobbiamo essere capaci di dialogare con questo, di accettare le sfide e di saper resuscitare la domanda dell’uomo. In fondo è ciò che Gesù fa al pozzo di Sicar quando suscita la domanda della Samaritana: «Dammi di quest’acqua». Oggi la Chiesa, attraverso la liturgia e l’azione pastorale, per far incontrare Cristo deve resuscitare e sostenere la domanda dell’uomo.

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