Caro Direttore,
ho letto la storia recente di un giovane operaio belga che, mentre lavorava nelle fognature, si è imbattuto in un tesoro di lingotti d’oro. Faceva un lavoro quasi invisibile, nel sottosuolo, e proprio lì — dove nessuno avrebbe pensato di cercare qualcosa di prezioso — la realtà gli ha consegnato dell’oro.
Questa notizia mi ha riportato a L’isola del tesoro di Stevenson. Jim Hawkins parte seguendo una mappa e inseguendo un tesoro, ma nel viaggio acquista il coraggio, la capacità di giudicare, il senso della responsabilità. Il tesoro non è soltanto qualcosa da possedere: è ciò che accade a una persona quando decide di seguire ciò che desidera.
E allora mi sono chiesto: che cosa cerchiamo davvero?
Questa domanda mi è tornata addosso durante una visita al Monastero delle Benedettine di Catania. L’architettura ricchissima, le scale che salgono e scendono come in un disegno di Escher, gli affreschi del Tuccari che quasi traboccano dalle pareti, le grate che trattengono la luce: tutto è insieme bello, sorprendente e misterioso. Una ricchezza abitata da persone quasi invisibili.
La fondatrice delle suore benedettine del Santissimo Sacramento, madre De Bar, scriveva alle sue consorelle con una passione ardente. Quelle lettere sono raccolte in un volume dal titolo per me indimenticabile: Non date tregua a Dio.
Quel titolo mi ha colpito: dentro di noi c’è un desiderio di pienezza così grande da essere esso stesso una ricchezza. Molti anni fa ho incontrato una di quelle monache in un letto d’ospedale. Era ricoverata per un tumore. Un giorno, con un desiderio sincero di capire, la provocai sulla sua scelta di vivere in clausura. Mi sembrava difficile comprendere come si potesse scegliere liberamente una vita fatta di rinunce, regole e mura.
Mi rispose: «Nel monastero sono più libera della principessa del Belgio. Perché lei è rinchiusa nel suo castello, io sono libera di vivere l’amore con il mio Sposo».
Quelle parole, dette da quel letto d’ospedale, non le ho più dimenticate. La clausura, vista dall’esterno, sembrava una privazione della libertà. Per lei era esattamente il contrario: era lo spazio nel quale poter vivere ciò che desiderava davvero. Forse la libertà consiste nel poter vivere fino in fondo ciò che desideriamo davvero.
Nel parlatorio del monastero ho fatto un’altra scoperta. Nel quadro dell’Ultima Cena era riportata una frase del Vangelo di Luca: «Con desiderio ho desiderato mangiare con voi questa Pasqua». Mi ha colpito soprattutto quel verbo ripetuto: desiderare.
Non siamo soltanto noi a cercare Dio. È Dio che desidera l’uomo. Alla fine della sua vita, Gesù desidera ardentemente condividere la Pasqua con quei dodici amici. Non c’è soltanto l’uomo che tende verso Dio: c’è Dio che tende verso l’uomo. E allora il desiderio cambia significato. Non è più soltanto una mancanza, ma un sentiero misterioso da seguire per diventare veramente noi stessi. In un mondo che ci suggerisce che la felicità possa arrivare con una vincita al gratta e vinci — senza viaggio, senza ricerca, senza fatica e senza trasformazione — la domanda diventa: che cosa, e chi, vale la pena desiderare?
Il ragazzo belga scende nel sottosuolo e scopre l’oro. Jim Hawkins segue una mappa e trova un tesoro che, prima ancora di arricchirlo, lo fa diventare adulto. La monaca entrata nella clausura ha scoperto una libertà impossibile.
Alla fine, allora, la domanda non è soltanto: dov’è il tesoro? Ma: dov’è il nostro cuore?
Perché il tesoro è semplicemente là dove mettiamo il cuore.
In copertina: Un fotogramma dal film “L’isola del tesoro” (1950), diretto da Byron Haskin e tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson