«Si rivolga alla Madonna, perché è una preghiera». Per capire quanto accaduto domenica sera a Biancavilla, durante la festa della Madonna dell’Elemosina, bisogna partire da queste parole dell’arcivescovo Luigi Renna al sindaco Antonio Bonanno, chiamato a pronunciare il tradizionale atto di affidamento della città.
Vengono prima dell’interruzione e della polemica. Il sindaco, inizialmente rivolto verso la piazza, viene invitato a rivolgersi alla Madonna. Nel testo entrano le fragilità della comunità, le istituzioni, il ricordo di una donna morta mentre raggiungeva la celebrazione e, infine, alcuni ringraziamenti. Renna interviene nuovamente: «Solo la preghiera. È finito il discorso».
Quella scena ha trasformato in poche ore l’episodio in uno scontro tra Vescovo e sindaco. Ma dietro quei minuti c’è una questione che va oltre Biancavilla e attraversa molte delle nostre feste patronali: che cos’è davvero un atto di affidamento e quale posto può avere in una celebrazione?
Per la Chiesa catanese la domanda non è nuova. Era emersa lo scorso dicembre a Paternò, durante la festa di Santa Barbara. Con il Comune guidato dalla commissione straordinaria, fu lo stesso Renna a pronunciare l’atto tradizionalmente riservato al sindaco. Le discussioni che seguirono portarono l’Arcidiocesi a precisare che «l’atto di affidamento è innanzitutto un gesto di preghiera» e che la sua proclamazione sarebbe stata affidata a un ministro della comunità ecclesiale. Una scelta che l’Arcivescovo volle tenere lontana da qualsiasi giudizio sugli amministratori e sulla loro presenza nelle feste patronali.
Affidare una città alla Madonna significa portare nella preghiera la sua vita concreta: le famiglie, i giovani, gli anziani, chi soffre, le difficoltà, le speranze e anche chi ha la responsabilità di amministrarla. Il problema, dunque, non è parlare della città. Non cambia ciò di cui si parla. Cambia a chi si parla.
A chiarire la natura dell’atto è Pasquale Munzone, cerimoniere arcivescovile: «L’atto di affidamento alla Vergine Maria costituisce una delle espressioni più significative della devozione mariana», ma non può essere inserito nella celebrazione eucaristica «come se costituisse una sua parte rituale».
Il riferimento è il Direttorio su pietà popolare e liturgia, che distingue le espressioni devozionali dalle azioni liturgiche. «Gli atti di pietà e devozione – spiega Munzone – trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti». Se l’affidamento accompagna la Messa, i due momenti devono dunque rimanere distinti: può precederla, come preparazione, oppure essere compiuto «dopo la conclusione della celebrazione eucaristica».
È alla luce di questa distinzione che va letto anche l’intervento dell’Arcivescovo. Nelle ore successive qualcuno lo ha interpretato come una mancanza di rispetto verso il sindaco e la comunità. Ma il Vescovo che presiede una celebrazione non è un’autorità tra le altre: ha la responsabilità di custodire ciò che viene celebrato e, quando necessario, di richiamarne il significato.
Una correzione può essere scomoda, ma non per questo è un’offesa. Indicare la strada, soprattutto quando consuetudini consolidate rischiano di sovrapporre linguaggi e ruoli diversi, fa parte della responsabilità di un pastore. Custodire una tradizione significa anche avere il coraggio di correggerla perché non perda il suo significato.
Questo non significa attribuire al sindaco alcuna volontà di strumentalizzazione. La questione è piuttosto quella dei «buoni confini» tra celebrazione religiosa e presenza delle istituzioni. Le nostre feste patronali tengono insieme da secoli fede, cultura, storia e appartenenza civile. È una ricchezza che non richiede di confondere i ruoli per essere custodita.
Il sindaco rappresenta la città e la sua presenza conserva pienamente il proprio valore. Ma nell’atto di affidamento, quella stessa città, con le sue ferite, le sue speranze e persino le sue istituzioni, entra in un linguaggio diverso: quello della preghiera. Nessun pregiudizio e nessun astio, dunque, con il primo cittadino di Biancavilla. Il vescovo Renna, all’indomani della celebrazione per la Madonna dell’Elemosina, infatti, ha mandato una lettera al sindaco per scusarsi per i toni utilizzati, ma ha ribadito allo stesso tempo ruoli, confini e regole liturgiche. Altra lettera, il vescovo l’ha recapitata al presbiterio di Biancavilla per smorzare i toni usati e perché venga riferita alla comunità dei fedeli.
La vicenda di Biancavilla può allora diventare qualcosa di più di una polemica destinata a consumarsi sui social. Può essere l’occasione per rileggere consuetudini diffuse nelle feste patronali e restituire a ogni gesto il proprio significato. Non per impoverire la pietà popolare, ma per custodirla.
Prima che tutto accadesse, Renna lo aveva già detto con poche parole: «Si rivolga alla Madonna, perché è una preghiera».
Le polemiche non portano a niente.
Certamente è bene un chiarimento con la comunità di Biancavilla e con il Sindaco .Tutti in un momento di stanchezza e tensione possiamo sbagliare ma non lasciamo l’amaro in bocca in nessuno.Le esperienze devono essere maestre di vita per il futuro, un futuro più in comunione e fratellanza .
Ha fatto bene l’arcivescovo a fare la lettera chiarificatrice al Sindaco e alle comunità parrochiali del territorio.Bisogna anche che l’Arcivescovo ritorni a Biancavilla per riconciliarsi con i devoti della madonna dell’Elemosina