Viaggio nella mostra di Aosta “Marc Chagall. Tra poesia e spiritualità”
Capita così, senza preavviso. Un pomeriggio d’agosto, in Valle d’Aosta, il cielo in quota non promette nulla di buono per avventurarsi sui sentieri alpini. Così, con alcuni amici, decidiamo di deviare il giorno: niente camminate, niente panorami. Andiamo in città proprio per vedere la mostra di Chagall. Entriamo al Museo Archeologico Regionale di Aosta come si entra in un luogo che non avevi programmato fino al mattino, e invece scopri che quelle opere sembrano attendere il tuo sguardo.
Perché i frutti artistici di Marc Chagall non stanno semplicemente appesi sulle pareti del museo: stanno in veglia. Sono opere vive, creature che hanno attraversato il secolo più feroce e portano ancora addosso il tremore del dolore e una luce che non si spegne. Centoventi lavori — dipinti, sculture, gouache, disegni, litografie, libri e ceramiche — realizzati dal 1922 al 1980, alcune mai esposte in Italia, arrivati in prestito dal Musée National Marc Chagall. Una presenza rara, che permette di attraversare l’intero arco della sua ricerca sul sacro.

Un percorso tra tele, pietra e vetrate
La mostra Marc Chagall. Tra poesia e spiritualità (ad Aosta fino al 25 ottobre) è un viaggio dentro questa luce, dentro quell’alfabeto colorato che l’artista ha consegnato al mondo come un dono ostinato, quasi una ribellione contro la notte.
Chagall lo diceva con la semplicità dei grandi: «Fin dalla prima giovinezza, sono rimasto catturato dalla Bibbia; mi è sembrato, e ancora mi sembra, che sia la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora ricerco questo riflesso, nella vita e nell’arte. La Bibbia è come una risonanza della natura, ed è questo il segreto che ho cercato di trasmettere». Davanti ai suoi blu che risalgono la tela come acqua inquieta, ai rossi che ardono come un cuore ferito, all’accesa tenerezza dei verdi che richiamano foglie appena nate, senti che quel segreto non è un concetto astratto: è un respiro. È un modo di stare davanti alla realtà anche quando la realtà sembra franare.
La mostra, dedicata alla poesia del Messaggio biblico e del Cantico dei Cantici, apre anche territori meno battuti. Non solo tele: anche pietra. Appaiono le sculture di Mosè e del Cristo in croce (1952-1954), forme che sembrano emergere da un silenzio antico, come se la materia stessa avesse ascoltato la voce dei profeti. E poi le vetrate: una serie di maquette permette al visitatore di entrare nell’universo delle grandi realizzazioni concepite per Metz, per la sinagoga dell’ospedale Hadassah a Gerusalemme e per il Fraumünster di Zurigo.
È un percorso che attraversa diverse sale tematiche e mostra come Chagall, affascinato dalla Bibbia sin dalla giovane età, abbia continuato a studiarla per tutta la vita, fino al ciclo del Messaggio Biblico destinato al museo di Nizza inaugurato nel 1973. «Questi quadri», scriveva, «non rappresentano il sogno di un solo popolo, ma quello dell’umanità». È un’esperienza che entusiasma perché, attraverso l’arte, il pittore russo d’origine ebraica chassidica ci fa entrare nel mistero di Dio e della creazione, fino a calamitarci nel dramma della libertà dei suoi protagonisti.
Sotto il crocifisso: la postura di chi continua a dipingere
Chi entra nelle sale del museo di Aosta avverte questo respiro drammatico fino a farsi quasi contatto fisico. L’opera di Chagall non lascia scampo: tende agguati fulminei allo stupore. Le tele bibliche – Abramo, Giacobbe, i profeti, gli angeli che scendono come lampi di misericordia – non illustrano semplicemente:interrogano. È un canto di colori che chiede non appena di essere ammirato, ma nella contemplazione invita a una continua conversione dello sguardo. Fino a farci chiedere quale colore possa ancora cantare ai nostri occhi la verità dell’uomo.
In Chagall la creazione artistica è un movimento drammatico che s’incarna dentro una pennellata fortemente espressiva. Guardando le opere esposte, i colori sono protagonisti indiscussi della storia rappresentata: non imitano la realtà, ma esprimono i sogni, i desideri, le ferite e le attese che fioriscono nella relazione tra l’uomo e il reale. La pittura, per Chagall, è il tentativo di adempiere a un compito — quasi una missione — che avviene attraverso la favola musicale dei colori. Chagall dipinge la Scrittura come si dipinge un volto amato, cercando in ogni piega un riflesso di vita. E mentre lo fa, interroga anche noi, il nostro presente smarrito tra guerre che non finiscono e un progresso che cresce come un nuovo albero di conoscenza, ambiguo e potente. Le figure sospese, volanti, sparse dove nulla è a caso, dal centro fino agli angoli della tela, sembrano chiedere:dove si posa oggi la speranza?
E poi c’è un punto della mostra che ferisce e illumina insieme: Chagall sotto il crocifisso, con la tavolozza in mano. Chagall, pittore ebreo, vide in Cristo l’archetipo dell’ebreo perseguitato, del martire innocente. Non un tradimento, ma un fratello nella sofferenza. In una lettera alla moglie Bella arrivò a paragonare la propria condizione a quella del Nazareno: «Come il Cristo, io sono crocifisso, fissato con dei chiodi al cavalletto». È un gesto radicale: l’artista unisce la sofferenza del Cristo a quella del suo popolo, intrecciando due ferite in un’unica luce. Una libertà che scandalizza ancora oggi, perché rifiuta di separare la tragedia dalla possibilità di redenzione.
Così, mentre cammini tra le sue opere, capisci che quei colori non consolano: implorano. E chiedono se, nel nostro tempo, esista ancora uno sguardo capace di custodire la fragilità senza cedere al cinismo. Chagall non offre risposte, ma una postura: quella di chi, pur tra le macerie, continua a dipingere. E a domandare. Perché continua a credere che l’arte non sia evasione fine a sé stessa. L’arte è resistenza e si nutre di una spiritualità che non è mai fuga, ma che, anche nel sogno, colora di speranza la storia. Perché in fondo la storia – e in Chagall appare evidente – è il tremendo e affascinante disegno di un Altro in dialogo con la libertà dell’uomo.

Un’esperienza non solo visiva, che coinvolge tutta la domanda di condivisione e di senso dell’uomo, di ogni uomo.
Palpabili, coinvolgenti e suggestive le descrizioni cromatiche.