20 Agosto 2026. I cancelli si aprono per i volontari attivi al Meeting di Rimini. Attraverso l’immensa fiera cittadina ciascuno raggiunge il proprio luogo di lavoro. La tensione si scioglie nell’allegria febbricitante di chi ha già partecipato a molte edizioni. Per me è la prima.
Il giorno dopo ci ritroviamo in tremila presso l’auditorium per un saluto iniziale. Tra volontari ci chiamiamo “lavoratori”, perché lavorare insieme significa condividere l’esperienza di partecipare alla creazione dell’Amor che move il sole e l’altre stelle. Quel movimento di vite, emozioni, malesseri e fatiche, speranze e lacrime non è ordinato da un’organizzazione capillare; piuttosto, ciascuno punta spontaneamente nella medesima direzione: permettere alle centinaia di migliaia di visitatori di essere trasformate dalle tante storie, vite e testimonianze di santità. È una cura delle anime, una fatica dolce per servire Dio nell’onore reso ai suoi servitori.
La straordinaria storia di sister Clare Crockett
Tra di essi è Clare Crockett, giovane suora nordirlandese oggi serva di Dio, deceduta sotto le macerie del terremoto ecuadoregno del 2016. La sua è una storia di conversione, riconciliazione e fiducia totale in Dio, il quale viene in mezzo al mondo a cercare le pecore smarrite, che chiama “chi vuole, quando vuole e dove vuole” come avrebbe detto lei. La partecipazione alla mostra “O tutto o niente!” -omonima del documentario sulla vita di Clare- è tale che le persone devono entrare in gruppi doppi: tutti vogliono conoscerla, tutti vogliono sentirla cantare, tutti vogliono lasciarsi inchiodare alle proprie mancanze per ritrovare nel suo sguardo la tenerezza di Dio, che coltiva in ogni istante in noi il bene che viene da Lui, dimenticando ogni nostro male. Nel singhiozzo di alcuni, le lacrime di molti si legge “se lei ha potuto, io devo”. Con la sua umiltà e al contempo radicalità Clare non lascia con alcun senso di colpa, ma solamente la fiducia nello Spirito per portare a termine la propria missione nonostante tutto.
Due lezioni di Clare
A me Clare ha dato due lezioni: fai e lasciati fare; lascia parlare Dio attraverso di te. Viviamo l’età della malattia del sé, che ritiene di potere e dovere far tutto da solo; come una simulazione dove Dio non entra in gioco semplicemente perché non possiamo razionalizzarlo. E infatti entra dalla porta secondaria, quella che teniamo sempre chiusa perché non serve più: la trascendenza. Dio arriva e sconvolge ogni piano. Il primo giro in mostra è catastrofico: ho preparato un discorso sottile che alla fine mi dimentico, finendo in una gran confusione. Da quel momento la mostra è una sfida a mettermi da parte, a spegnere la freddezza dei ragionamenti a tavolino per fare parlare Clare e far brillare la sua spontaneità.
In quei giorni mi viene l’influenza, al che penso di cedere i miei turni a qualcun altro temendo che la voce rauca avrebbe rovinato l’esperienza della mostra. È il ricordo di Clare che cantava con tutta la sua forza alla Vergine nonostante l’emicrania a farmi perseverare. Le visite guidate con la voce stridula mi regalano i più bei sorrisi, i volti commossi e un amore sincero verso quella vita spesa per Dio. Solo all’ultimo giro devo rinunciare, come un monito a rimanere umile: “ancora non ci sei, ma questa è la strada. Ora vai, ci salutiamo”.
Ma il Meeting non è solo il proprio angolo, piuttosto un’esperienza di comunione. Il rispetto reciproco di cui si fa esperienza fa invidia al mondo, dove i ruoli e il reddito determinano spesso il valore attribuito alle persone. Lì si è tutti “poveri” perché il lavoro è gratuito, e gratuitamente si riceve. Il senso del lavoro al Meeting non è lo scambio, ma la partecipazione. Questa è forse la grande lezione per la società civile, rafforzata dalla testimonianza di vita di Léon Harmel.

