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Fotografia e paesaggi nell’Odissea di Christopher Nolan

Dopo l’analisi del poeta Lorenzo Rapisarda, proponiamo il punto di vista di un esperto di fotografia sul film al centro dell’attenzione in questo periodo.

Nel 2026 uno dei registi più famosi e abili della nostra generazione ha preso in mano uno fra i racconti più importanti che siano mai stati creati. “Odissea” di Christopher Nolan è uscito nelle sale italiane il 16 luglio 2026 e, accompagnato in egual misura da critiche e elogi, è sicuramente entrato nella storia del cinema per l’ambizione del progetto. La pellicola ha infatti un budget di 2500000 di dollari ed è il primo film della storia ad essere girato interamente in IMAX.

La trama alla base dell’opera è identica a quella del poema, dopo 10 anni di guerra a Troia Ulisse cerca di tornare ad Itaca assieme ai suoi soldati, nel frattempo il suo palazzo reale è occupato dai proci, principi achei che, approfittando dell’assenza del padrone di casa cercano di reclamare il trono e la mano di Penelope in matrimonio. Vedendo ciò il figlio di Ulisse, Telemaco, viaggia alla ricerca di notizie di suo padre.

Questo film è sicuramente il progetto più ambizioso di Nolan, purtroppo però non è tra i più riusciti. La fotografia complessivamente funziona, “Odissea” è infatti caratterizzato da sequenze con un impatto visivo fortissimo e a volte anche con contrasti di colori che funzionano davvero bene (un esempio la scena in cui i soldati sollevano il cavallo di legno nella spiaggia troiana), ma un elemento che manca invece in moltissime altre scene sono contrasti di luce e ombre e di colori che ci si aspetterebbe da un’opera ambientata in Grecia. I paesaggi di questo film infatti ricordano di più l’Irlanda o la Scozia.

Questa influenza geografica purtroppo si è fatta sentire anche nel reparto costumi: oltre alle armature (che non sono comunque accurate storicamente, e sembrano tutte fatte di plastica) tutti i costumi sono più adatti ad un contesto medievale vista la presenza di elementi estranei al periodo storico in cui il film è ambientato.

Un’altra pecca del film è la messa in scena, un esempio è il racconto di Menelao del sacco di Troia: in quel flashback vediamo Ulisse armato di arco e frecce sconfiggere da solo tutti i soldati Troiani che gli arrivano incontro senza che questi ultimi provino a difendersi in qualche modo. Errori del genere si trovano durante tutta la durata del film, questo contribuisce a far completamente crollare la credibilità dell’opera, minata ulteriormente da un casting completamente fuori rotta, con un Matt Damon monoespressivo e non calato nella parte; gli unici 3 che si salvano sono Pattinson nei panni di Antinoo, Anne Hathaway nei panni di Penelope e Tom Holland nei panni di Telemaco. Sempre rimanendo alla scelta degli attori si può notare quanto Nolan desideri l’oscar al miglior film anche per Odissea, infatti nell’equipaggio di Ulisse si possono trovare tutte le etnie immaginabili, anche se probabilmente nessuna di queste sarebbe mai entrata in contatto con la Grecia dell’età del bronzo. Ironico che non sia stato assunto nessun attore effettivamente greco o comunque della zona del Mediterraneo.

La pecca più grande del film però è nella sua scrittura, non tanto nella narrazione degli eventi ma più nella caratterizzazione dei personaggi. L’esempio più lampante è Ulisse: nel mito lui è scaltro e determinato, ed ha una forza d’animo che lo rende impossibile da piegare. Qui il personaggio perde tutta la sua forza e la sua astuzia per diventare un generico protagonista americano del genere action, che tormentato da un passato brusco cerca redenzione per le sue azioni passate; apprezzata invece la caratterizzazione di Telemaco, che quasi all’opposto di suo padre decide almeno di provare a risolvere la situazione in casa sua e prendersi il trono. Penelope invece è l’ennesima prova che Nolan non sa scrivere i personaggi femminili, anche lei perde la sua arguzia e la sua forza, viene infatti tagliata la scena del letto di Ulisse, stratagemma con cui lei riconosce il marito appena tornato a casa, qui lei è semplicemente un’altra vittima degli eventi che non tiene testa ai proci e per poco non riesce nemmeno ad ingannarli.

Si può facilmente capire come Nolan non abbia fatto una ricerca veramente accurata sulla “legge di Zeus”, tema importantissimo all’interno del film, ma troppo frainteso. La “Xenia” è la legge dell’ospitalità che vede il forestiero in cerca di un pasto e di un letto come sacro e degno di attenzione e cura, ma che può essere cacciato se abusa dell’ospitalità del padrone di casa: il concetto è quindi molto più semplice di come è stato raccontato nella pellicola, in cui viene usato come termine ombrello per indicare una generica correttezza morale, tra l’altro di eredità cristiana che storicamente non poteva essere possibile.

Andando a concludere, ciò che si può dire di “Odissea” è che lascia l’amaro in bocca: è infatti un’occasione sprecata, un film che poteva parlare dell’orgoglio di un re che ha portato alla rovina dei suoi uomini, della sete di conoscenza e dell’andare oltre che accomuna ogni essere umano, invece diventa l’ennesimo manuale sul trauma del soldato e di quanto è brutta la guerra, verrebbe da dire che Christopher Nolan volesse girare l’Iliade invece dell’Odissea.

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