Una città può attendere che qualcuno la salvi oppure rimettersi in piedi partendo dalle ferite. Paternò sceglie la seconda strada. Dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose e l’arrivo dei commissari, la comunità ecclesiale prova a trasformare lo smarrimento in partecipazione. Nasce così «Assieme per Paternò. Costruiamo insieme il futuro della nostra città», un percorso aperto alle parrocchie, alle associazioni e a quanti desiderano restituire alla città una visione comune.
La prima tappa è stata l’assemblea di venerdì 25 settembre. Da quell’incontro prenderanno vita tre tavoli di ascolto dedicati alla povertà educativa, allo sviluppo economico e al rapporto tra identità e territorio. Prima dell’estate, il percorso confluirà in un documento di analisi e proposte da consegnare alla città e a quanti si candideranno ad amministrarla.
L’origine del progetto risale alla festa di Santa Barbara. Durante il pontificale, l’arcivescovo Luigi Renna ha pronunciato parole forti sulla crisi amministrativa e chiesto alla società civile ed ecclesiale di assumersi la responsabilità di costruire il futuro di Paternò. «Da quell’omelia è iniziata una riflessione – racconta padre Salvatore Alì, allora vicario foraneo –. L’arcivescovo ci ha invitati a fare qui un’esperienza simile al Cantiere per Catania: fermarsi sulle problematiche della città e offrire indicazioni nate dalla dottrina sociale della Chiesa».
Padre Alì ha guidato l’assemblea come atto conclusivo del proprio mandato. Il percorso proseguirà con il nuovo vicario foraneo, padre Salvatore Magrì, e il gruppo promotore. Collaboreranno Claudio Sanmartino, Salvo Liotta e alcuni componenti del Cantiere per Catania.
La distanza dalle elezioni è una scelta precisa. «Vogliamo concludere molto prima della campagna elettorale, proprio per evitare strumentalizzazioni – chiarisce padre Alì –. Ai tavoli sono invitati tutti. Nel gruppo convivono sensibilità differenti: l’obiettivo è formarsi e offrire un contributo alla città». Il documento potrà aprire la strada a un osservatorio permanente.
Sul tavolo arriva una città impoverita economicamente e culturalmente, attraversata dall’emigrazione giovanile, dalla dispersione scolastica e da una progressiva perdita di centralità nel territorio. «Paternò possiede una storia importante ed è stata a lungo il riferimento dell’intera zona – osserva il sacerdote –. Oggi tanti giovani e intere famiglie vanno via. Alla povertà culturale si lega anche la questione della legalità: si era diffusa l’idea che tutto fosse possibile, mentre una comunità cresce soltanto attraverso regole, responsabilità e rispetto della dignità umana».
Una diagnosi che abbraccia pure abusivismo, sfruttamento del lavoro e capacità della criminalità di attrarre quanti lasciano la scuola. Da queste fragilità il progetto intende ripartire, dando spazio alle esperienze quotidiane prima ancora che alle formule politiche.
Salvatore Oliveri, capo scout del gruppo Paternò 1, vive lo scoutismo dal 1955. In oltre settant’anni di servizio ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quelli di capogruppo e responsabile di zona. «A Paternò esistono tante realtà vitali e solidali – racconta Oliveri –. Ciò che manca è la capacità di metterle insieme e costruire una visione rivolta al bene comune. La democrazia e il cambiamento partono dal quotidiano, dalla strada, dalla responsabilità di ciascuno».
Al centro colloca la povertà educativa, il lavoro capace di restituire dignità e l’ascolto dei giovani, spesso costretti a cercare altrove le proprie opportunità. «Occorre uscire dalla logica delle magliette di squadra – aggiunge –. La squadra va costruita attorno ai problemi della città, che appartengono a tutti e a ciascuno. Idee diverse possono sedersi allo stesso tavolo, purché il confronto preceda l’interesse di parte».
Il traguardo supera la stesura di un documento: è riaccendere la coscienza della comunità e restituire ai giovani il diritto di immaginare il proprio futuro a Paternò. Oliveri conserva l’ottimismo dello scout: «Baden-Powell ci ricordava: guarda lontano, anzi guarda più lontano». È forse questo il primo compito del Cantiere: sollevare lo sguardo oltre il commissariamento e le ferite del presente, per tornare a vedere la città che Paternò può ancora diventare.

