foto Condorelli
Era un gigante della fede, che sapeva coniugare come pochi cultura e pratica pastorale, amore alla pietà popolare e innovazione, valorizzazione della santità e contrasto alla mafia. Ci piace ricordare così Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale, prematuramente scomparso all’età di 55 anni il 29 settembre 2006.
Chi lo incontrava trovava subito un amico, umile ma con un segreto dentro che lo rendeva luminoso. La sua persona era un luogo in cui si poteva incontrare Dio, perché egli era un uomo e un vescovo che viveva dell’amicizia del Signore. “Il primo frutto della risurrezione – amava dire – è che siamo il luogo di Dio. Bisogna che ce lo ricordiamo sempre, che non viviamo che di questo ricordo, come di un sottofondo musicale che percorre tutta la nostra esistenza”. E questa consapevolezza lo sostenne anche negli anni difficili dell’episcopato a Monreale.
Cataldo Naro era uno storico della Chiesa fra i più autorevoli nel panorama italiano, fu alla guida della Facoltà teologica di Palermo, anima culturale nella preparazione del convegno della Chiesa italiana a Verona e, dal 2002, arcivescovo della diocesi di Monreale. Qui dove dovette fare i conti non solo con la mafia, ma anche con alcuni ambienti ecclesiali che si erano da tempo assuefatti alla convivenza con essa, ma egli seppe valorizzare i germi di bene e i segni di santità presenti nel territorio. In tutto questo impegno culturale e di governo, Cataldo Naro rimase di una umiltà e di un coraggio invidiabili.
L’arcivescovo Naro e don Divo Barsotti
Nella sua formazione avevano avuto un ruolo non indifferente alcuni eccezionali sacerdoti della chiesa nissena, ma a fargli riscoprire la portata della fede fu un grande mistico toscano: don Divo Barsotti, che per Naro fu un “padre nella fede”. “Barsotti – testimoniava Naro – mi ha fatto ricomprendere, riorganizzare la mia esperienza cristiana”. Don Divo era il fondatore della “Comunità dei figli di Dio” a cui lo stesso don Cataldo verrà ammesso. E’ singolare, tuttavia, che nel corso degli anni don Divo riconosca in Naro non solo un figlio spirituale, ma anche un padre. Nel 2003, così Barsotti scrive al neo arcivescovo di Monreale: “Per me tu sei padre e maestro e sarebbe colpevole da parte mia nasconderti i miei pensieri più intimi”.
Cattolicesimo popolare, appartenenza e credenza
La sua profonda conoscenza storica e il suo radicamento nella chiesa nissena (era nato e vissuto a San Cataldo) avevano aiutato Naro a comprendere meglio la natura del cattolicesimo italiano: un cattolicesimo popolare. E questa natura egli volle sempre difendere contro quanti si facevano paladini di un “perfettismo spirituale ed organizzativo”. Ma non per questo rinunciò a battersi per la “qualità evangelica ed autenticamente spirituale della fede dei battezzati”.
La sua analisi, già all’inizio del Duemila, lo portava ad affermare che eravamo in una situazione in cui i fedeli vivevano una appartenenza ecclesiale senza “credenza” (una appartenenza, cioè, che non diveniva mentalità, che non modificava gli stili di vita) e, dall’altra parte, una “credenza senza appartenenza”. Uno dei segni di questa separazione era per Naro la riduzione del cattolicesimo ad agenzia sociale (lo avrebbe evidenziato alcuni anni dopo papa Francesco).
La fede riconoscimento di Cristo presente
Il lavoro del cristiano per Naro consisteva nel non accontentarsi del già saputo, ma di sorprendere nelle circostanze della vita quotidiana la presenza del Risorto. “Il Cristianesimo – scriveva – può vivere solo rinnovandosi, solo se è rivissuto da ogni nuova generazione, inevitabilmente con novità di modi. Ma ogni generazione cristiana ha il compito di ‘iniziare’ l’altra alla fede, di trasmettere la propria esperienza credente perché susciti una nuova esperienza di fede”. Da qui anche il suo impegno per rinnovare i metodi dell’iniziazione cristiana in diocesi. Da segnalare, in proposito, il convegno che promosse a Poggio San Francesco nel 2003, il cui filo conduttore fu la comunicazione dell’esperienza cristiana “per contagio”.
I nostri eroi sono i santi non i boss
Significativa fu l’azione culturale e pastorale di Cataldo Naro nel contrasto alla mafia. Nel novembre 1996, invitato dal centro culturale “Charles Péguy” partecipò ad una tavola rotonda all’Università di Catania sul tema “Chiesa, mafia, antimafia”. In quella occasione delineò il cammino di purificazione, discernimento e contrasto che la Chiesa siciliana aveva avviato rispetto alla mafia, soprattutto dopo il monito di papa Wojtyla ad Agrigento (gli atti del convegno furono pubblicati da Prospettive nel 1997).
Pochi giorni prima della morte improvvisa, l’arcivescovo Naro ci rilasciò una lunga intervista. Alla domanda: “come facciamo a uscire dalla crisi che travolge l’Isola e cosa ha da dirci la Chiesa?”, l’arcivescovo rispose con parole di realismo e di speranza. “Sì – rispose – c’è la mafia che è il cancro delle nostre comunità e corrompe anche il tessuto ecclesiale. Ma bisogna far capire che i mafiosi non sono cristiani”. “I nostri eroi – proseguiva Naro – non sono i capimafia, sono i santi, cioè le figure eminenti di un cristianesimo semplice e robusto”. E citava sia figure siciliane di santità già riconosciute dalla Chiesa sia altre figure di cui era in corso il processo di beatificazione: suor Candida dell’Eucarestia, Annibale Maria di Francia, Pina Suriano, il beato Allegra, don Pino Puglisi e il giudice Rosario Livatino. “E’ un fatto – diceva – finché ci sono santi, la nostra terra può sperare”.
E oggi, nel ventesimo anniversario della morte, ci piace ricordare la sua figura di cristiano profondamente radicato nel Risorto, capace di una testimonianza profetica e innovatrice che ci ridesta alla speranza e a guardare i semi di santità che il Signore pone sulle vie del nostro cammino oggi.