Un dialogo con Giorgio Paolucci sul giornalismo in occasione della presentazione di Cento Ripartenze 2

Nel tempo in cui l’informazione sembra spesso inseguire ciò che fa più rumore, ci sono libri che scelgono di fermarsi là dove la realtà, quasi sottovoce, continua a offrire segni di speranza.
Cento Ripartenze – Quando la vita ricomincia – Volume 2
 (Itaca Edizioni) di Giorgio Paolucci appartiene a questa specie rara: raccoglie storie di uomini e donne attraversati dalla fatica, dalla ferita, dalla caduta, ma capaci di rimettersi in cammino. Storie che non cercano il clamore, e proprio per questo illuminano.
L’intervista che segue nasce dall’incontro di presentazione del volume, che si è svolto sabato 19 settembre nell’Auditorium dell’Istituto Francesco Ventorino di Catania, promosso dal Centro Culturale di Catania e dalla Fondazione Francesco Ventorino. A dialogare con l’autore sono state Cinzia Vella, dell’associazione Don Bosco 2000, e Loredana Caltabiano, dell’associazione Musicainsieme a Librino: due realtà vive della città che, giorno dopo giorno, conoscono il significato concreto della parola “ripartenza” e custodiscono storie in cui la speranza prende il volto delle persone.
Ne è nato un confronto intenso sul mestiere del giornalista, sul valore delle parole e sulla responsabilità di raccontare il bene nascosto nelle pieghe dell’esistenza. Perché ogni vera ripartenza, prima ancora di essere una notizia, è un segno: una traccia di umanità che resiste e continua a testimoniare speranza.

Nel secondo volume di Cento ripartenze torni a fare ciò che un giornalista conosce meglio: ascoltare, verificare, restituire. In che modo il tuo “mestiere” ha influenzato la scelta delle storie e il modo di raccontarle?

Direi che la prima cosa è cercare di vedere nella realtà i segni di qualche cosa di significativo. Io ho fatto il giornalista perché ero curioso della realtà, ero uno curioso, volevo capire che cosa c’è dentro la realtà e ci sono dentro la realtà tanti segni che rimandano ad altro e forse si impara che nulla accade per caso. La differenza tra caso e segno è che il caso è qualche cosa che non ha una logica, il segno è qualche cosa che anche se apparentemente sembra non avere una logica, in realtà ce l’ha, è espressione di qualcosa o ti rimanda ad altro.
Io ho scelto di raccontare storie di ordinaria quotidianità e di raccontarle in maniera semplice. Siccome il libro nasce da una rubrica che si chiama “Ripartenze”, in cui avevo a disposizione 1300 battute per raccontare una ripartenza (1300 battute sono poco più di un telegramma, forse un po’ più di un telegramma) comunque necessitano di periodi brevi, le parole assumono il loro peso, hanno la loro importanza, non si possono sprecare come tante volte fanno i giornalisti. Quindi ho imparato l’arte non tanto della sintesi, quanto della possibilità di rendere efficaci le parole che uso. Anche il curare questa rubrica che poi è diventata un libro (perché molte delle storie pubblicate su Avvenire sono diventate un libro) mi ha costretto alla sintesi, a usare le parole in maniera efficace e potergli dare un peso. Quindi non sbrodolare come spesso facciamo noi giornalisti, ma capire che le parole hanno un peso e vanno usate con intelligenza. Nel libro ci sono pochissimi capitoli in cui si parla di personaggi o di eventi famosi, la maggior parte sono storie che ho incontrato nella mia vita quotidiana, alcune appartengono anche alla mia vita personale, le ho incontrate nella professione o per amicizie o circostanze particolari. Quindi l’idea è che la quotidianità diventa importante fino al punto di assurgere a protagonista di un libro. Il modo di raccontarle come dicevo prima è un modo che attinge alla semplicità e all’efficacia.

Raccontare ripartenze significa maneggiare vite fragili, momenti di svolta, ferite ancora aperte. Qual è, per te, la responsabilità del giornalista quando entra in queste storie?

La responsabilità del giornalista quando entra in queste storie è anzitutto di avere rispetto delle persone e quindi banalmente a volte non usare dei particolari che potrebbero rendere riconoscibili i protagonisti quando i protagonisti non desiderano essere riconosciuti. E poi entrare in punta di piedi nelle storie delle persone e non, come spesso facciamo noi giornalisti, come se fossimo i padroni di queste storie. Molte delle storie che racconto mi sono state regalate, donate, raccontate come un dono e quindi io ne ho profondo rispetto e la mia responsabilità è di restituirle in maniera cristallina al lettore perché possano diventare un esempio di come la vita può sempre ripartire anche quando incontra dei momenti di fragilità. Quindi la responsabilità del giornalista è molto grande, molto alta e noi giornalisti dobbiamo sempre ricordarci che le parole possono diventare pietre, possono distruggere una persona e quindi dobbiamo cercare di usarle con intelligenza e usarle, nel mio caso, per raccontare il bene che si nasconde spesso nelle pieghe della realtà e che a volte non emerge.
Ma come ci ha insegnato Papa Francesco dobbiamo essere come i cercatori di pepite, di pagliuzze d’oro nei fiumi, sporcarci le mani immergendole nel fango e cercare di tirar fuori le pagliuzze d’oro, le piccole pepite d’oro, cioè i segni di positività che ci sono nella realtà e quindi valorizzarle attraverso la nostra capacità di trovarle e di raccontarle.

Le vicende che raccogli mostrano un’Italia che spesso non trova spazio nei media tradizionali. Che cosa dice questo libro sul giornalismo di oggi? Le “ripartenze” che hai incontrato indicano una direzione possibile per tornare a un’informazione più attenta alle persone e meno schiacciata sull’emergenza?

Un’informazione più attenta alle persone, vuol dire un’informazione che cerchi di valorizzare la positività che è presente nella realtà, il bene che è presente, non perché dobbiamo fare del giornalismo un esercizio di buonismo a buon mercato, ma perché spesso il giornalismo si riduce a essere sensazionalismo o racconto di storie di intrighi di palazzo. O il giornalista si riduce a essere il “cane della democrazia”, il cane da guardia della democrazia e quindi sostanzialmente un giornalismo di denuncia. Il giornalismo deve sicuramente denunciare le cose che non vanno, ma non deve dimenticarsi che c’è tutto un aspetto di positività e di bene che è presente nella realtà e che noi abbiamo la responsabilità di raccontare, perché raccontare il bene o raccontare il male crea un clima, crea una mentalità, crea paure, crea diffidenze. E invece può anche aiutare a creare un atteggiamento positivo di fronte alla realtà, creare non becero ottimismo, ma un’irriducibile positività di fronte alla vita. Quindi un’informazione più attenta alle persone significa guardare uomini e donne come persone. Per esempio, quando si parla di carcere – un mondo a me molto caro perché lo frequento come volontario e perché nel libro ci sono tante storie dedicate a persone detenute – ricordarsi sempre che quando hai davanti una persona che è in carcere non hai davanti anzitutto il ladro, l’assassino, lo stupratore o lo spacciatore, ma hai davanti una persona che ha sbagliato, che sta pagando per gli errori che ha fatto, ma ultimamente è sempre una persona. Come diceva Don Oreste Benzi, l’uomo non è il suo errore, cioè l’uomo non è riducibile all’errore che ha commesso, ma l’uomo è una persona che va sempre guardata nella sua interezza e mai ridotta al reato o ai suoi errori.

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