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Quando il sacerdote impara ad amare da sposo: a Catania quattro giorni di formazione per riscoprire la dimensione sponsale

Di don Salvatore Bucolo*

Ci sono luoghi e momenti in cui la routine si ferma e il ministero ritrova il suo battito originario. Per i presbiteri dell’Arcidiocesi di Catania, le giornate residenziali di formazione e aggiornamento trascorse alla Casa Passionisti di Mascalucia – dal 12 al 15 ottobre – hanno rappresentato esattamente questo: una pausa di respiro, ascolto e profonda rigenerazione umana e spirituale.

​Al centro del percorso un tema tanto affascinante quanto esigente: “La dimensione sponsale del sacerdozio”. In un’epoca che interroga continuamente l’identità, le relazioni, l’affettività e la ricerca di una felicità autentica, la Chiesa catanese ha scelto di non sottrarsi alle domande più intime del ministero. Come ricordava San Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis, il sacerdote è chiamato nella sua vita spirituale a rivivere l’amore di Cristo Sposo nei confronti della Chiesa Sposa. Ma cosa significa, concretamente, incarnare questa sponsalità nel quotidiano?

​Guidati dalle parole dell’Arcivescovo Mons. Luigi Renna, i sacerdoti hanno attraversato tre grandi prospettive – biblico-magisteriale, antropologica e sacramentale – rifiutando astratti formalismi per mettere al centro la vita vera.

​Don Filippo Torterolo, profondo conoscitore della teologia della famiglia e della spiritualità nuziale, ha condotto i primi due moduli dedicati alle radici Scritturistiche e all’orizzonte sacramentale. La sua riflessione ha tratteggiato il volto di un Cristo che ama, si dona e genera vita. Il ministero presbiterale non è una rinuncia impoverente all’umanità, ma il suo compimento più alto: la capacità di un dono di sé libero, fecondo e accogliente, capace di farsi paternità spirituale e fraternità sociale.

​Accanto all’orizzonte teologico, fondamentale è stato l’apporto della prof.ssa Agata Pisana, docente e counsellor formatore a indirizzo gestaltico. Nella prospettiva antropologica, la relatrice ha guidato i presbiteri attraverso i delicati territori dell’affettività matura: il senso della solitudine, la cura dei legami personali, la gestione sana dei confini nelle relazioni e perfino l’impatto del digitale sulla vita sacerdotale. Imparare a custodire la propria umanità e a trovare nel ministero una via reale di gioia vocazionale non è un lusso, ma la condizione indispensabile per servire la comunità con equilibrio e freschezza.

​Tra una relazione e l’altra, il vero cuore pulsante dell’iniziativa è battezzato nei piccoli gruppi di lavoro e nelle assemblee di confronto. Attorno ai tavoli, la condivisione sincera ha superato le barriere del formale: sacerdoti di generazioni diverse si sono incontrati per raccontarsi fatiche, intuizioni e speranze.

​Momenti scanditi anche dalla preghiera condivisa – dalla Celebrazione Eucaristica alla Liturgia delle Ore – e dalla semplicità dei pasti consumati insieme. Perché è proprio nella fraternità presbiterale che la dimensione sponsale trova la sua prima verifica: non si è sposi né pastori da soli.

​L’esperienza di Mascalucia lascia in eredità all’Arcidiocesi di Catania un presbiterio forse un po’ più consapevole che il sacerdote non è un funzionario del sacro o un solitario custode di un ruolo, ma un uomo impastato di carità sponsale. Un pastore chiamato ad abitare il mondo con lo sguardo di chi sa farsi dono.

​Come il profeta Elia, che non trova Dio nel vento impetuoso o nel terremoto, ma nel mormorio di una brezza leggera, i presbiteri tornano nelle loro parrocchie e comunità con una nuova certezza: è nell’ascolto discreto dei fatti, nella fedeltà ai legami e nel silenzio fecondo dell’amore che il ministero si fa profezia e generatività pastorale.

* direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Famiglia dell’Arcidiocesi di Catania

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