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Lettera aperta di un padre: guardare i giovani per ciò che sono

Foto: Luca Artino

Leggendo le cronache di questi ultimi giorni e le tante discussioni seguite agli episodi di violenza avvenuti a Milano e in altre città, mi sono sentito chiamato in causa.

Intervengo in questo dibattito da padre. E da persona che lavora ogni giorno in un’opera educativa presente a Catania, a stretto contatto con studenti, famiglie e insegnanti.

In quest’ultimo periodo si è tornati a parlare dei giovani. Ancora una volta. Le cronache hanno riempito pagine di giornali, commenti televisivi e analisi sociologiche. E subito compare una categoria: “i giovani”.

Chi sono i giovani? Che volto hanno?

Ma chi sono “i giovani”? Dove abitano? Che volto hanno? Quale nome portano?

La verità è che “i giovani” non esistono.

Esistono Marco. Esiste Fatima. Esiste David. Esiste Youssef. Esiste Giulia. Esistono storie irripetibili, ferite, attese, desideri, solitudini. Esistono ragazzi che si perdono e ragazzi che resistono.

Ogni volta che parliamo di una generazione come di un unico blocco finiamo per non vedere più nessuno. E allora anche le analisi, pur necessarie, non bastano.

Non basta dire che manca il dialogo. Non basta dire che serve ascolto. Persino l’ascolto può diventare una parola vuota. Perché ascoltare non significa automaticamente incontrare. Si può ascoltare per ore e non avere nulla da offrire. Si può sentire tutti e non accompagnare nessuno.

La questione decisiva è un’altra: chi ascolta, chi è? Da dove parla? Che esperienza umana porta? Quale speranza testimonia?

L’educazione accade attraverso una presenza

Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive parole che oggi sembrano ancora più urgenti: «Se qualcuno ti avesse educato, non potrebbe averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare. Cioè, col suo amore o la sua possibilità di amore». L’educazione non accade anzitutto attraverso un discorso. Accade attraverso una presenza. Attraverso qualcuno che vive davanti a te una certa intensità del reale. Qualcuno che ti mostra che la vita può essere affrontata e non soltanto subita. Ecco perché la questione non è semplicemente il ritorno dell’autorità degli adulti. Spesso si invoca la figura dell’adulto come se bastasse l’età anagrafica a garantire autorevolezza. Ma non è così. Esistono adulti smarriti quanto e più dei ragazzi. Ed esistono ragazzi che vivono esperienze profondamente adulte. Che si prendono cura di altri giovani. Che si assumono responsabilità. Che costruiscono amicizie vere. Che imparano a stare davanti al dolore, alla guerra, alla fragilità senza scappare. Forse oggi abbiamo bisogno di guardare con più attenzione proprio a queste esperienze. Perché la maturità non coincide con gli anni. Coincide con il rapporto che uno ha con la realtà. Con la disponibilità a lasciarsi ferire dal destino dell’altro. Con la capacità di amare. Quando manca questo, rimangono gli slogan. Rimangono gli allarmi sociali. Rimangono le statistiche. Ma una statistica non salva nessuno. Un insegnante sì. Un padre sì. Un amico sì. Una compagnia umana sì. La domanda urgente resta.

Chi stiamo diventando? Quale esperienza stiamo proponendo a Marco, Fatima, David, Youssef, Giulia? Quali luoghi stiamo costruendo perché possano incontrare adulti, o coetanei già segnati da una responsabilità adulta, capaci di testimoniare che la vita vale?

Pensando a queste domande mi torna alla mente Andrea Mandelli, un ragazzo morto a soli diciannove anni. Colpisce che, affrontando la vita e le sue sfide, aveva creato con alcuni amici un giornalino per la scuola, intitolato: «Attenzione: il pericolo di vita e di morte resta sempre».

Non era una minaccia. Era il riconoscimento della serietà e della grandezza dell’esistenza. Del fatto che ogni giorno, in ogni circostanza, è in gioco qualcosa di decisivo.

Forse l’educazione ricomincia sempre da qui: non da una teoria sulla categoria dei “giovani”, che troppo spesso finisce per etichettare o giustificare prima ancora di comprendere, ma dall’incontro con una persona. Da un volto. Da una presenza. Da qualcuno che, con il suo essere prima ancora che con le sue parole, testimoni che vivere vale la pena.

È quello che auguro ogni giorno ai miei figli, ai tanti volti che incontro e anche a me stesso. Di poter incontrare qualcuno che ami la vita abbastanza da renderla più desiderabile. Perché è da incontri così che ricominciamo a sperare.

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