Sabato 24 ottobre, presso il nostro Seminario Interdiocesano, ha avuto inizio il Forum diocesano di Dottrina Sociale della Chiesa “Leone XIV”, giunto al suo secondo anno di attività. Il Corso per l’anno 2026/2027, che registra 82 iscritti, provenienti da tutta la nostra Arcidiocesi, sarà imperniato sull’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. La Prolusione è stata tenuta da Don Piero Sapienza, responsabile del Forum, che ha sviluppato una riflessione sulle due icone bibliche proposte nell’enciclica: La Città di Babele o la Città di Gerusalemme: quale politica? Dopo l’intervento del relatore, i partecipanti al Forum si sono suddivisi in quattro tavoli di lavoro, discutendo gli aspetti principali della relazione, condivisi da tutti nella restituzione delle riflessioni in assemblea.

L’Enciclica Magnifica humanitas (ovvero La magnifica umanità creata da Dio), dal sottotitolo “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”, ci presenta una visione articolata della questione, che ha come riferimento ultimo la Persona umana e la sua dignità. Il documento di Papa Leone arricchisce il Magistero sociale, e come sempre il suo fondamento è nella Parola di Dio. Infatti, il Pontefice propone due icone bibliche per “abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale”: la costruzione della torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, dopo l’esilio babilonese (446-445 a.C). Genesi 11,1-9, narra che alle origini gli uomini decidono di costruire una città e una torre “la cui cima tocchi il cielo” per garantirsi stabilità e potere, per “farsi un nome”.

E’ un’impresa imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia perché è “senza riferimento a Dio”, il quale di fronte all’atto di superbia dell’uomo, interviene confondendo le lingue e disperdendo gli uomini su tutta la terra. “Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio” (MH n 7). Nel libro di Neemia (vd cc 1-6) si legge che Neemia è un deportato ebreo al servizio, come coppiere, del re persiano Artaserse.

Quando apprende che gli ebrei tornati dall’esilio avevano trovato “le mura di Gerusalemme piene di brecce e le sue porte consumate dal fuoco” (Neemia 1,3), digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re di tornare a Gerusalemme per ricostruirla. Giunto in città, convoca tutto il popolo per condividere la responsabilità della ricostruzione con sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani, affidando a ciascuno un tratto di muro da ricostruire. Neemia ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni.

“La città rinasce non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la collaborazione comune. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre” (MH n 8). Neemia sottolinea: “il popolo aveva preso a cuore il lavoro”, e poi aggiunge che i popoli vicini vedendo Gerusalemme ricostruita, furono sorpresi “e dovettero riconoscere che l’opera si era compiuta per l’intervento del nostro Dio” (Neemia 6,15-16). Leone XIV nota che oggi siamo chiamati a scelte decisive. “Questa magnifica umanità in Gesù Cristo” deve scegliere “non tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme”.

E’ una distinzione fondamentale: bisogna decidere “tra un potere che pretende di dominare il cielo” oppure “un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”. Occorre evitare dunque, la “sindrome di Babele”, ovvero l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, che pretende di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati (vd MH nn 9/10).

Questo, per Leone, significa “edificare nel bene”, che implica “essere costruttori di comunione, non architetti di Babele, unendo le forze affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare” (MH n 16). Infatti in una comunità “l’armonia nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (MH n 8). Oggi la democrazia ha il “cuore infartuato” (Papa Francesco) e ciò apre la strada ai vari sovranismi, sparsi nel mondo, con un uomo (o donna) solo al comando, che decide guerre, dazi, linee politiche di un altro Stato sovrano al quale si suggerisce anche il capo di governo da votare. A. De Tocqueville, in La democrazia in America, aveva individuato nel diffuso disinteresse dei cittadini per la politica il pericolo mortale per la democrazia perché in quel momento critico un abile ambizioso può arrivare a impadronirsi del potere, pronto a «incatenare» la Nazione. A nostro avviso, per superare questa deriva bisogna educare tutti alla cittadinanza attiva per promuovere una democrazia partecipativa, accogliendo così l’appello di Papa Leone: “non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo” (MH n16).

Un commento su “La Città di Babele o la Città di Gerusalemme: quale politica?”

  1. Il riferimento all’ educazione alla cittadinanza attiva di Piero Sapienza è quanto mai opportuno perché può farci uscire da quel tunnel che sembra annullare la ” magnifica Umanità” di cui parla papa Leone nella sua enciclica. In questi tempi, infatti,la disumanizzazione sembra imperante, sia a livello di micro relazioni, sia di macro relazioni. Il recupero di valori e principi è fondamentale, in particolare per le nuove generazioni che sembrano, in gran parte, lontane da una serena e corretta vita relazionale, che può portare, a volte, ad episodi criminali. Quanto alle nazioni il desiderio di onnipotenza sta distruggendo interi popoli e l’ ONU e la Corte internazionale di giustizia dell’ Aja hanno perso qualunque autorità. Ma la speranza non deve essere smarrita, se no non potremmo definirci cristiani.

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